“Lo zar” al Piccolo Teatro Strehler – Recensione

© Filippo Manzini

È la poetessa Anna Politkovskaja la cui voce si eleva a sipario ancora chiuso a introdurre lo spettacolo di Stefano Massini: “Sono morta il 7 ottobre, lo stesso giorno di nascita del nostro presidente” del quale si narreranno le gesta che costituiscono “una storia di potere, di caos, di paura”. E Vladimir Putin appare subito dopo in scena con addosso impermeabile e abito grigi. Alle sue spalle una scura e cupa parete screziata, pure essa grigia con tonalità verdastre, inamovibile solo all’apparenza perché poi aprirà crepe, spiragli, crolli, evocanti accadimenti drammatici che si materializzeranno nel corso del racconto per illustrare la parte più dinamica della scenografia.

Stefano Massini è Putin che si racconta. Appare borioso, sicuro di sé. “Nome del soggetto: Vladimir Vladimirovic Putin. Data di nascita: 7 ottobre 1952. Ricordati sempre che tu hai due padri, dei due lui è il primo” e indica la statua di Lenin che si staglia alle sue spalle” e poi: “Ho passato anni di vita a spiare la gente. Quando passi anni di vita a spiare la gente sai bene che ogni cosa ha un suo preciso inizio”. E il suo preciso inizio, quello chiamato la “debjutnaja linija”, l’inizio d’esordio, era avvenuto a Leningrado quando era ancora ragazzino e aveva assistito per la prima volta alla morte di un uomo che aveva lottato per non farsi derubare di un cartoccio che conteneva carne e che teneva ben stretto al petto.

Prosegue con il racconto dell’infanzia “Ero il terzo figlio in casa ma l’unico rimasto vivo. I miei fratelli? Tutti morti” E questa era una cosa naturale per chi nasceva a Leningrado. Ma la sua determinazione, malgrado la grande magrezza, gli permise di non soccombere e per fortificarsi aveva preso, ancora ragazzino, lezioni di Sambo, una sorta di lotta usata nell’esercito che permetteva di “spezzare le ossa” all’avversario. Da allora divenne “Vova che spezza le ossa ai compagni”. La conseguenza fu che a scuola era l’unico a non aver ottenuto il fazzoletto rosso, indispensabile per dimostrare fedeltà al partito. Fu il padre a fargli capire l’importanza di quel fazzoletto rivelandogli della propria attività segreta di quando in Germania era stato una spia al servizio del regime russo, cosa che, nel momento in cui era stato scoperto dai tedeschi ed era tornato in Russia, aveva continuato per ordine del partito “a tenere gli occhi aperti”. Quel discorso fu illuminante per Vova che nel giro di un anno conquistò il fazzoletto rosso e a sedici anni, dopo essere rimasto colpito da un documentario su Jan Bezdin, che era stato capo dei servizi segreti dell’Armata Rossa, si fece assumere dal KGB come informatore.

La narrazione della scalata al successo si fa inarrestabile, l’ossessione del potere si unisce alla necessità di appartenenza a una realtà politica che si va sgretolando e la caduta del muro di Berlino è il primo sintomo. L’avvento della Perestrojka di Gorbaciov e la trasformazione del nome della città di Leningrado in San Pietroburgo, la prima demolizione della statua di Lenin, qui rappresentata con effetto scenografico magistrale da Paolo Di Benedetto e dalle luci disegnate da Manuel Frenda, costituiscono altri bocconi amari da digerire. Ma poi la fedeltà ai vecchi ideali sono poi così indispensabili per l’ascesa al potere che è, quello sì, l’obiettivo primario del nostro? In fondo, il volto delle spoglie di Lenin conservate nella Piazza Rossa di Mosca viene ridipinto ogni notte in assenza del pubblico, come a dire che nulla può essere eterno. Non lo sono neanche i sentimenti personali, quelli più intimi tanto che, per non avere eventuali pentimenti futuri, è meglio sopprimerne le immagini fotografiche insieme ad altre più scomode attraverso un distruggidocumenti azionato con beffarda soddisfazione.

Con il nuovo corso politico iniziò la nuova missione, la ” zatemnenie”, l’oscuramento in cui l’agente perde il contatto con la centrale e viene chiamato a svolgere l’incarico in assenza di protezione. Putin capisce però che non era l’unico a essere contrario al nuovo corso perché ne scopre altri, e li trova nei patrimoni illimitati concentrati tra le mani di pochi. E con costoro iniziò la collaborazione che si svolgeva attraverso convocazioni segrete.

“Una sola cosa per le masse è più forte della fame. Ed è la paura”. Questo nel 1984 gli era stato insegnato durante l’addestramento per diventare operativo da parte del suo istruttore Sokolov. E Putin ne tenne in gran conto quando con il crollo dell’URRS l’economia iniziò a franare “Lo Stato dichiarò default per tre volte, il rublo svalutato come carta straccia”. Il presidente Boris El’cin in televisione era “sfatto, enorme confuso incapace perfino di parlare”. Fu la volta che Putin fu convocato con quelle che divennero le frasi di accesso al potere: “Non sei più l’uomo del Cremlino, ma il nostro uomo nel Cremlino… e forse perfino il nostro uomo per il Cremlino”.

Stefano Massini costruisce il testo partendo dal racconto pubblico che lo stesso Putin fece della sua vita nel 2000 in vista delle elezioni presidenziali che si svolsero il 26 marzo e l’arricchisce con pagine estratte da altri discorsi e vari interventi, insieme a rivelazioni emerse da saggi e ricostruzioni storiche che fanno luce sulle ombre della sua scalata al potere. Il personaggio che scaturisce dalla narrazione è particolarmente agghiacciante nella sua spietatezza perché non frutto di una drammaturgia di pura invenzione ma da fatti reali raccontati dall’interessato in una sorta di compiaciuta esposizione del proprio ego. Egli dichiara infatti di essere fiero se in gioventù appariva come un teppista. E l’assenza di una forma di affettività e sentimento emerge in più punti della narrazione come nel racconto dei suoi incontri con la donna alla quale fissava appuntamenti dove a volte non si presentava e, quasi in una forma di deformazione professionale, si nascondeva a osservarla per controllare cosa avrebbe fatto, se era irritata o solo spazientita, se guardava altri uomini mentre lo aspettava. Alla fine la sposerà solo perché, nel momento in cui le aveva descritto l’asprezza del proprio carattere, che comunque non aveva intenzione di cambiare, si sentì rispondere che lei lo sapeva già.

Lo scorso anno Stefano Massini ha raccontato Donald Trump, per buona parte descritto come persona gaudente in un paese dei balocchi in cui lui con i suoi affari non tutti puliti più che un Pinocchio era più vicino al gatto e la volpe. Gli episodi in cui l’uomo veniva narrato portavano in più punti al riso e spesso l’ilarità suscitata tra il pubblico, pur non giustificando le sue azioni, arrecavano una forma di leggerezza alla pièce. Il personaggio Putin, al quale qui e non a caso viene attribuito il titolo di zar, è descritto invece come uomo duro, dalla personalità monolitica. Riconosce di essere detestabile agli altri ma dice “è così che sto al mondo e tanto basta, La rabbia non la reprimo e non ho mai pensato di vergognarmene”. Il sorriso, forse appena accennato, può scaturire solo in qualche punto ma ha un sapore amaro.

Stefano Massini descrive un Putin non facile da dimenticare. L’eloquio ininterrotto, le espressioni facciali, la gestualità appropriate disarmano lo spettatore conquistandolo totalmente. Come egli dichiara nelle note di presentazione dello spettacolo, nella sua costruzione del personaggio ha lavorato per sottrazione raccontando, e in più punti vivendo, il protagonista come un mattatore che sa di poter ottenere il massimo dal proprio fisico. E di questo il pubblico ne è ben consapevole: lo dimostra l’enorme cascata di applausi che è risuonata a lungo in una affollata sala che gli spettatori faticavano a lasciare.

A rendere ulteriormente pregevole la messa in scena hanno contribuito Ottavia Piccolo che interpreta la voce di Anna Politkovskaja, la straordinaria scenografia di Paolo Di Benedetto con l’ausilio delle luci disegnate da Manuel Frenda e il suono ideato da Andrea Baggio oltre alle musiche di Luca Roccia Baldini, eseguite dal vivo con chitarra elettrica e classica e violino da Mariel Tahiraj

Repliche fino al 15 novembre. In calce all’articolo i crediti, le INFO per acquisto biglietti e il trailer dello spettacolo.

Visto il giorno 4 novembre 2026

(Carlo Tomeo)

Piccolo Teatro Strehler fino al 15 novembre 2026

Lo Zar
di e con Stefano Massini
musiche Luca Roccia Baldini
eseguite dal vivo con Mariel Tahiraj
scene Paolo Di Benedetto
costumi Elena Bianchini
disegno luci Manuel Frenda
suoni Andrea Baggio
la voce di Anna Politkovskaja è di Ottavia Piccolo
produzione Teatro della Toscana

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica, ore 16. Lunedì e giovedì riposo.

Prezzi: platea 35 euro, balconata 28 euro

Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org

Categorie RECENSIONI

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