“Che dolore terribile è l’amore” al Piccolo Teatro Studio Melato – omunicato stampa

© Andrea Pizzalis

Piccolo Teatro Studio Melato

dal 30 ottobre all’8 novembre 2026

Daria Deflorian

Che dolore terribile è l’amore

da Non dico addio di Han Kang

Le recite del 31 ottobre, 1, 7 e 8 novembre sono sovratitolate in inglese e in italiano

Dopo l’anteprima nell’ambito del festival Presente Indicativo | Milano Crocevia, seguita dal debutto al Festival d’Avignone, torna in forma definitiva – al Teatro Studio Melato, dal 30 ottobre all’8 novembre – Che dolore terribile è l’amore, il nuovo incontro di Daria Deflorian con la penna del Premio Nobel Han Kang. Lo spettacolo, una produzione INDEX, in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Festival d’Avignon e théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse, vede in scena, accanto alla regista, Maria Grazia Mandruzzato e Monica Piseddu.

Nel romanzo Non dico addio, Han Kang, la scrittrice Premio Nobel, affronta una delle pagine più buie del recente passato della Corea del Sud: la sanguinosa repressione della rivolta di Jeju, nel 1948.

È la storia di due amiche, Gyeong-ha e In-seon, e della madre di una di loro, unite dal desiderio di non dimenticare, di non dire addio a chi ci ha lasciato tragicamente. Gyeong-ha è ossessionata da un sogno ricorrente: un grande cimitero affacciato sul mare, una distesa di tronchi d’albero, in parte bruciati, una nevicata senza sosta e il mare che pian piano comincia a salire, minacciando di spazzare via le tombe, le lapidi, le spoglie di chi è sepolto. Un giorno riceve un messaggio da In-seon, che vive sull’Isola di Jeju: si è ferita lavorando il legno ed è stata trasportata d’urgenza sulla terraferma, ma ha lasciato a casa un uccellino che rischia di morire di fame.

Attraverso la ricerca di una persona cara durata tutta una vita, la vicenda esplora i modi in cui la natura brutale e totalizzante della violenza appiattisce ogni individualità, ma anche come una tenace speranza riesca a salvare una singola persona caduta nel dimenticatoio, toccando e illuminando le vite di altre vittime. Un “archivio d’amore”, avrebbe detto il filosofo francese, Georges Didi-Huberman, in cui la sopravvivenza passa attraverso immagini fragili, interrotte, prossime alla scomparsa e, tuttavia, ostinatamente presenti. Dentro e fuori dal romanzo, sono in scena, attraverso tre figure, i due rapporti cardine di questa resistenza affettiva: l’amicizia tra le due protagoniste e l’amore travagliato e non scontato tra madre e figlia. L’azione si svolge nella falegnameria, che In-seon ha riadattato nel vecchio deposito di mandarini della madre, in una lunga notte dove tutto quello che è evocato è successo prima o dopo, mentre i dialoghi tra e con i fantasmi sono l’unico vero presente.

Daria Deflorian percorre e interroga questo testo perturbante, condividendo con Han Kang il rifiuto di ridurre le tragedie ai meri nomi delle città e al numero dei morti. Lo spettacolo suggerisce che per avvicinarsi a quel passato che si rifiuta di passare, sia necessario lasciarsi attraversare dalla fragilità dell’essere umano e da tutto quello da cui, inevitabilmente, si è toccati.

ANCHE UNA CAREZZA È UN ATTO POLITICO

Conversazione con Daria Deflorian

(dal programma di sala dello spettacolo, a cura dell’Ufficio Edizioni del Piccolo Teatro di Milano)

Daria Deflorian, com’è nata la passione per Han Kang?

L’amore per questa autrice è nato dalla lettura nel 2018 del suo romanzo, La vegetariana. Poi, nel tempo trascorso tra la scoperta di quel libro e lo spettacolo andato in scena nel 2024, ho letto tutto quello che di Han Kang era stato pubblicato – penso a L’ora di greco ma soprattutto ad Atti umani, che, insieme a Il libro bianco è entrato in Elogio della vita a rovescio [La vegetariana ed Elogio della vita a rovescio solo andati in scena al Teatro Grassi, nell’aprile 2026, nell’ambito della personale che il Piccolo ha dedicato a Daria Deflorian, N.d.R.]. Questo lavoro condiviso con Giulia Scotti è stato importante perché ho condiviso con il pubblico il mio incontro con questa straordinaria scrittura e che cosa mi aveva fatto scoprire, libro dopo libro, figura dopo figura. In realtà, avevo immaginato di concludere il percorso dedicato ad Han Kang con La vegetariana. Poi la lettura di Non dico addio, tradotto in italiano poco dopo l’assegnazione del Nobel per la Letteratura, mi ha talmente colpito che ho capito che serviva a chiudere un cerchio. Da una dimensione più privata, per quanto su uno sfondo politico, a una dimensione politica che non dimenticava le questioni più intime. Un romanzo, quest’ultimo, che evidenzia un elemento per me fondamentale della poetica di Han Kang che accosta realtà e dimensione fantastica. Una donna che diventa pianta, due amiche che non sai più se sono vive o morte che attraversano una notte che le sprofonda in un abisso marino. Trovo tutto questo interessante per una rilettura teatrale.

Come avete lavorato all’adattamento?

È stato tutt’altro che semplice perché mentre La vegetariana possiede una struttura divisa in tre “monologhi” che permette di intravedere immediatamente una drammaturgia, Non dico addio ha un’architettura complessa che è stata definita, a ragione, simile a un “merletto”: sfilare qualunque ordito o trama ci avrebbe fatto correre il rischio di impoverire il senso profondo del romanzo. Inizialmente, pensavamo a un focus sulla figura di In-seon, portata in scena da Monica Piseddu, ma ci siamo resi conto che senza il racconto del viaggio verso Jeju di Gyeong-ha, la storia di questa amicizia non sarebbe stata possibile. La scelta di ambientare nella falegnameria di In-seon questa lunga “notte tra fantasmi” ha poi aiutato: per quanto, in questo racconto, tempi e spazi siano piuttosto fluidi, l’incubo di Gyeong-ha e quello di In-seon – che finisce per intrecciarsi al sogno dell’amica – ci sembravano avere come necessario approdo il paesaggio di tronchi e il progetto di una “cerimonia” tra land art e rito che lega le due donne e il passato traumatico dell’isola. Per caso, poi, in un mercatino dell’usato, Andrea Pizzalis, che firma le scene, ha trovato una meravigliosa gabbietta “fuori misura” che ci ha permesso di collocare in scena anche il pappagallino di In-seon così importante nel racconto. Così, alternando periodi di prove in teatro a fasi di lavoro sul romanzo – anche grazie alla collaborazione di Eric Vautrin, dramaturg di Théâtre Vidy-Lausanne – e sempre in dialogo con tutto il gruppo, con il suono di Emanuele Pontecorvo e le luci di Giulia Pastore, abbiamo cominciato a dare forma al progetto. È stato complesso anche perché ci attendeva un debutto internazionale impegnativo all’aperto, al Festival d’Avignon e inizialmente questa vicenda – all’opposto della Vegetariana – ci pareva troppo “coreana”, troppo legata a una pagina di storia locale. Solo quando siamo riuscite a “scivolare” dentro il romanzo, abbandonando l’idea di una immediata identificazione, il lavoro ha iniziato a diventare nostro fino in fondo.

Nel romanzo la presenza degli elementi naturali è particolarmente forte, soprattutto quella della neve che, nel vostro spettacolo, invece non compare. Perché?

La neve come trucco teatrale ci è sembrata da subito improponibile perché la neve in questo romanzo non è soltanto una manifestazione naturale ma è memoria, evocazione di una ferita. È un elemento complesso e stratificato, motivo per cui mostrarla sarebbe stata una semplificazione di un legame con questo evento meteorologico, col trauma della madre di In-seon, costretta, a soli sette anni, a rimuovere i fiocchi di neve dai volti dei parenti uccisi dalla polizia militare. Ogni volta che nevica, la madre rivive quella tragedia, mentre la stessa In-seon, a ogni nevicata, rivede la madre bambina. Durante uno dei laboratori che abbiamo tenuto intorno al romanzo prima delle prove, un’allieva che studia il coreano ci ha detto che neve e occhi sono la stessa parola in quella lingua. Abbiamo capito così che il pubblico è la nostra neve; spettatori e spettatrici ci guardano ed è come se in palcoscenico nevicasse…

In-seon rinuncia alla carriera di fotografa e documentarista per guadagnarsi da vivere costruendo sedie di legno. È una sorta di abdicazione dell’arte di fronte all’orrore della guerra oppure no?

Ne abbiamo discusso tantissimo durante le prove. È una delle parti del romanzo che, in quanto artista, mi ha più toccato. Penso – con questo non intendo dire sia stata l’intenzione di Han Kang, ma è come io la percepisco – che quello che addolora In-seon non sia tanto l’idea dell’impotenza dell’arte, ma la questione del prodotto culturale. Quando partecipa al festival di cinema in cui presenta un episodio di un trittico che ha a che fare con la sua storia familiare e politica del suo Paese, comprende come tutto sia immediatamente e semplicemente etichettato e inquadrato. Rispetto alla potenza dell’esperienza che sta attraversando, tutto le appare svilente. Ma se per arte intendiamo un movimento dell’anima, In-seon non l’abbandona affatto, anzi ne comprende l’importanza, soprattutto rispetto al rapporto con i fantasmi del passato, perché sa che attraverso l’arte può generare una vibrazione più ampia con l’indefinito, con l’infinito.

Questo romanzo è anche un grande canto d’amore, l’esaltazione dell’amicizia e della forza dei sentimenti…

Ancora prima di sapere che sarebbe diventata il titolo dello spettacolo leggendo il romanzo ho sottolineato la frase che dolore terribile è l’amore. Effettivamente, nella postfazione, è la stessa Han Kang a dichiarare che il suo romanzo è nato dall’intenzione di creare un’opera dedicata all’amore estremo. Romanzo dopo romanzo, Han Kang dimostra che occorre un controbilanciamento affettivo, una forma di calore nell’affrontare la questione del male, dei crimini del mondo. Per approfondire il concetto, mi è stato d’aiuto il saggio Résistances affectives dell’antropologa Chowra Makaremi, dove ho trovato una teorizzazione della questione: questo tipo di affetto, di resistenza nell’amore, di dedizione, di amicizia è qualcosa che infonde, tra le persone, un’energia fondamentale per resistere alle ingiustizie. Pertanto, mi interessa provare a mostrare in teatro la combinazione di un termine dal sapore politico, come resistenza, con uno che appartiene più alla sfera del privato, affettività: un piccolo gesto, una carezza, dire di sì alla richiesta di un’amica, preoccuparsi di un uccellino e della sua vita – fino ad arrivare a cose ben più complesse – sono atti politici.

Nel romanzo, i vivi e i morti vivono gli uni accanto agli altri. In fondo, è quanto accade anche in teatro…

Wisława Szymborska dice che il sesto atto della tragedia è il più importante perché è quello della resurrezione dei morti agli applausi [in Impressioni teatrali, N.d.R.]. Han Kang, almeno secondo la nostra lettura, compie un passo ulteriore: abbiamo bisogno dei morti per stare meglio; non siamo noi ad aiutarli, ma sono loro a indicarci la via per un futuro migliore. Ogni volta che siamo in scena, io stessa percepisco questa speciale soglia. È possibile essere fisicamente vivi, ma, di fatto, sentirsi morti. Quante volte, nella vita, procediamo come fantasmi, mentre poi, in altri momenti, la vita, come per miracolo, rifluisce in noi.

Il testo è un lavoro sui ricordi di una famiglia e sulla memoria storica; attraverso il teatro – la forma d’arte più effimera – si sottolinea l’importanza di rammentare quel che è accaduto perché non succeda mai più. Che cosa ne pensi?

Non abbiamo attualizzato nulla, avremmo potuto realizzare un lavoro più “politico”, ma la nostra poetica è più delicata, apparentemente almeno, anche se ci sentiamo tutti profondamente impegnati nel rendere questo mondo vivibile attraverso l’arte che è il nostro strumento, e non solo. L’epigenetica ci dice che un trauma, se non viene elaborato, si trasmette per sette generazioni essendo concretamente una ferita visibile nel DNA. Se lo si elabora, è possibile ridurre la portata di questi squarci. Nello spettacolo incontriamo il personaggio di una sopravvissuta – che ha vissuto il trauma in prima persona – e quello della figlia, ancora alle prese con la stessa frattura. Quello che è definito un trauma di seconda generazione. Pur tra gli incubi, le difficoltà e i limiti della malattia, la madre possiede una grande vitalità – che in parte trasmette anche a In-seon – e che l’aiuterà a riannodare i fili di una storia interrotta per andare oltre e risanare – o attenuare almeno – quella ferita.

Oltre la scena

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Viaggio a Jeju: un’isola per non dire addio

Una fotografia di Jeju sotto la neve: l’isola al largo della Corea del Sud al centro di Non dico addio di Han Kang è il punto di partenza di questo incontro, ma anche la destinazione di un viaggio che Daria Deflorian ha condiviso con i compagni di questo suo nuovo progetto: Monica Piseddu, sul palco insieme a lei, e Andrea Pizzalis, autore delle scene. La conversazione – che vede Deflorian in dialogo

con Chiara Ghidini, professoressa di Religioni e Filosofie dell’Asia orientale all’Università di Napoli “L’Orientale” – sarà l’occasione per ripercorrere quell’esperienza attraverso immagini e racconti, soffermandosi sulla neve, presenza centrale nel libro, eppure mai mostrata sulla scena. Che cosa

significa dare forma a qualcosa che resta invisibile? E che cosa rimane di un luogo, tra memoria collettiva ed esperienza privata, quando lo si attraversa, lo si fotografa e lo si trasforma in teatro?

Venerdì 6 novembre, ore 18, Chiostro Nina Vinchi

con Daria Deflorian, Chiara Ghidini; modera Chiara Cappelletto

| CHI È DI SCENA?

A pochi minuti dal “chi è di scena”, il pubblico e operatrici e operatori del teatro hanno l’occasione di incontrarsi in un momento di confronto informale sui temi di Che dolore terribile è l’amore.

Martedì 3 novembre, ore 18, foyer Teatro Studio

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su piccoloteatro.org

Teatro Studio Melato (Via Rivoli, 6 – M2 Lanza), dal 30 ottobre all’8 novembre 2026

Che dolore terribile è l’amore

a partire da Non dico addio di Han Kang
drammaturgia e regia Daria Deflorian
con Daria Deflorian, Maria Grazia Mandruzzato, Monica Piseddu
progetto condiviso con Monica Piseddu e Andrea Pizzalis
dramaturg Eric Vautrin
scene e aiuto regia Andrea Pizzalis
luci Giulia Pastore
suono Emanuele Pontecorvo
costumi Ettore Lombardi
direzione tecnica Enrico Maso
consulenza artistica Attilio Scarpellini
collaborazione alla drammaturgia Nikolai Palmieri e Blu Silla
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano
una produzione INDEX
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale |

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa | Teatro di Roma – Teatro Nazionale |

Festival d’Avignon | théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
distribuzione in Francia théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
con la collaborazione di Istituto Culturale Coreano in Italia,

L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna,

Residenza Olinda/TeatroLaCucina
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
copyright © Han Kang 2021
copyright © Adelphi 2024
debutto al Festival d’Avignon, 13 luglio 2026
anteprima al théâtre Garonne, 6 e 7 luglio 2026
prima italiana Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, 22 ottobre 2026

Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30;

domenica, ore 16. Lunedì riposo.

Durata: 1 ora e 25 minuti senza intervallo

Prezzi: platea 42 euro, balconata 34 euro

Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org

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