“Casa di bambola” al Teatro Fontana – Recensione

© Marcella Foccardi

La casa di bambola di Ivonne Capece inizia dove finisce quella di ibsen. La storia dei coniugi Helmer è naturalmente la stessa dell’originale ma nella traduzione e adattamento di Mattia Favaro, peraltro fedele alla vicenda e alla maggior parte del testo, si svolge a ritroso nel tempo dove Torvald rimpiange Nora che lo ha appena lasciato e rivive i momenti del loro matrimonio interrotto irrimediabilmente salvo una vaga possibilità che in futuro possa accadere un prodigio. Ma si può ancora credere a un prodigio? La donna, nel fuggire, se ne è dimostrata scettica.

L’uomo rivede la figura di Nora che gli appare con l’abito che aveva usato per il ballo natalizio che è però diverso da quello che lui stesso aveva scelto e cucito con lei. Ora è più corto, e la donna lo indossa con voluttà mentre danza un tango sensuale e provocante. Non è più la sua “allodola”, adesso è una donna libera, consapevole di aver vissuto in una prigione dorata i cui carcerieri erano stati a suo tempo il padre e, più recentemente, il marito, ora diventato un estraneo per lei.

Il tormento di Torvald è un misto di doloroso rimpianto per la moglie che non è più con lui e un senso di rimorso per il comportamento assunto nei confronti dell’amata. Gli episodi della sua meschinità si srotolano nella mente in una serie di episodi all’apparenza insignificanti ma rivelatori del suo carattere. Cominciano con Nora che riceve un fattorino che le consegna dei pacchi. Mezza corona di mancia, annota lui nervosamente e la somma gli appare già esagerata. Lo sarà di più nel sentire che la moglie l’arrotonderà in una corona intera. E poi quando le consegna una mazzetta di banconote per le spese natalizie, lei le conta e con un poco di apprensione sospira “le farò bastare” alla quale lui risponde “Devi!”.

Nella notte di sofferenza a rivivere le ultime ore si fanno vivi fantasmi di un recente passato in cui lui non aveva saputo tener conto di alcuni indizi che avrebbero potuto indicargli il disagio della moglie. L’uomo, fino a allora preso dall’idea di superiorità propria del suo genere, vede la propria maschilità in crisi e non riesce a comprendere fino in fondo le ragioni della donna che sta rincorrendo la propria indipendenza. Le aveva detto che l’amava ma lei gli aveva replicato che in realtà quell’amore che sia lui che suo padre le portavano era solo il piacere da loro provato nel volerle bene.

Nella confusione totale Torvald, forse per provarsi in uno stato di parità, immagina di rivivere gli ultimi momenti nei panni della donna. Soluzione affascinante questa idea creata da Ivonne Capece che meglio approfondisce i ruoli di genere, ma il litigio finale tra i due è però così violento da ripercorrere la casistica dell’uomo patriarca che urlando afferma una presunta superiorità. E è proprio questa scena altamente drammatica a mettere fortemente in luce le ragioni di lei e la grettezza di lui.

Così Ivonne Capece nel commentare la propria regia: “Mi interessava interrogare quella soglia in cui la cura si trasforma in controllo, la protezione in dominio, l’amore in appropriazione. Casa di bambola nasce come dramma borghese ma oggi si può leggere come testo politico. La casa immaginata da Ibsen diventa una struttura mentale: un luogo simbolico in cui tutti costruiamo immagini di noi stessi da difendere. Il dramma inizia quando quelle immagini collassano”.

Punto di forza della messa in scena è un visionario allestimento affidato a un basico colore rosso fiammante evidenziato negli abiti e ricoprente l’albero di Natale, che nella vicenda è un elemento centrale quale simbolo di un caldo ambiente famigliare fondato sull’ipocrita borghesia pronto a deflagrare così come lo è l’abito di Nora che alla fine si sfrangia liberando il corpo della donna da una struttura di maniera. Al rosso imperante si oppongono la veste nera indossata in un punto centrale da Torvald che simbolizza la sua crisi. A rendere più passionale la “nuova” Nora è la presenza del tango ripetuto in diverse occasioni che la fanno apparire più desiderata dal marito proprio quando ormai non è più con lui se non nell’immaginazione.

La regia di Ivonne Capece, che anche in questa occasione dimostra di aver creato un’opera che si contraddistingue per l’importanza della tematica e per l’originalità della tecnica nella messa in scena, raggiunge l’eccellenza grazie a un cast di prim’ordine che in quasi due ore di spettacolo ha dato il meglio di sé.

Maria Laura Palmieri sa interpretare con padronanza il personaggio di Nora nelle sue varie fasi che partono dai momenti di tenerezza in cui è “l’allodola” del marito, attraversano lo sgomento e la paura della persona ricattata e terminano con il piglio molto doloroso del litigio finale. Sa essere seduttiva e nello stesso tempo drammaticamente soccombente di fronte al ricatto di Krogstad fino a dimostrare il piglio deciso della donna che prende coscienza. È inoltre molto capace nelle scene del ballo dove sa assumere idonei atteggiamenti erotici.

Massimo Di Michele è un Torvald perfetto nell’interpretare le varie sfaccettature che compongono il carattere del personaggio. Uomo tradizionalmente considerato tutto d’un pezzo, all’inizio sa apparire antipatico e anche odioso ma poi mostra nello scorrere della vicenda le sue fragilità che raggiungono il culmine nel momento in cui viene messa in crisi la sua immagine patriarcale. Nelle forti scene del litigio mostra la piena padronanza delle sue capacità recitative in un ruolo altamente drammatico. È questo uno dei momenti clou della commedia e lui vi adempie con superba efficienza. Rimpiango di non averlo visto nel monologo “Riot Act” rappresentato recentemente proprio al Teatro Fontana.

Stefano Braschi è Krogstad, il personaggio “disturbatore” della vicenda, colui che provoca la crisi matrimoniale degli Helmer. Attraversa il palcoscenico con un fare all’inizio mellifluo ma poi di fronte al rifiuto alza la voce, minaccia, reclama quelli che ritiene siano i suoi diritti. Se lui ha sbagliato in passato anche Nora lo ha fatto dopo di lui quindi non deve essere giudicato. Braschi con la sua interpretazione attenta e precisa rende giustizia a un personaggio che più che essere di secondo ordine è una sorta di antagonista del “bravo e perfettino” Torvald.

La commedia nella sera della prima ha riscosso un buon successo con ripetuti applausi e diverse chiamate in proscenio. Repliche fino a domenica 14 giugno. In calce all’articolo sono presenti i crediti, il trailer e le INFO per l’acquisto dei biglietti.

Vista il giorno 9 giugno 2026

(Carlo Tomeo)

Teatro Fontana dal 9 al 14 giugno

Casa di Bambola da Henrik Ibsen
regia Ivonne Capece
traduzione e adattamento drammaturgico Mattia Favaro
con Stefano Braschi, Massimo Di Michele, Maria Laura Palmeri
Scene e Costumi Micol Vighi
Sound designer Simone Arganini
Direzione Tecnica Rossano Siragusano
Assistente alla regia Sofia Sironi
realizzazione costumi Giorgia Piatta dell’Abbondio
Nadia Fiorio Responsabile di produzione
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

mart>ven ore 20.30 – sab. ore 19.30 – dom ore 17.00

PREZZI

Intero 25 € – Under30 18 € – Over 65 / Under 14 12 € – Giovedì sera 22 € – Convenzioni 20 € – Scuole di teatro 12 € – Prevendita e prenotazione 1 €

Info e prenotazioni: +39 0269015733

biglietteria@teatrofontana.it http://www.vivaticket.com

Categorie RECENSIONI

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