
Mentre il pubblico prende posto un ragazzo si aggira fra l’entrata della sala e le prime file. È vestito con pantaloni e giacca lucidi di un’eleganza dal dubbio gusto. Al collo una grossa catena d’oro. Sorride e indica al personale i posti rimasti ancora liberi e occupabili dalle persone che stanno ancora entrando. Si rivolge scherzando all’ultimo arrivato: “Ah, eravamo in pensiero. La prossima volta avvisa prima” e poi: “C’era traffico in corso Buenos Aires?”. Poi non risparmia battute ad altri spettatori, e se qualcuno gli risponde lo redarguisce bonariamente “Parlo io o parli te?” Vuole apparire simpatico, manda baci e chiede di essere fotografato (“La felicità è fare un clic”). Sulla scena sgombra di arredi ci sono da un lato un’asta con in cima il cartello usato dalle guide turistiche e dall’altro un portagrucce che verrà usato per appendervi la giacca. A costituire i luoghi dove si svolgono gli episodi raccontati, oggetto della narrazione, sono piccoli settori del pavimento illuminato di volta in volta dalle luci, quasi a rappresentare tante zone diverse dove avvengono le varie azioni evocate.
Lui si definisce un Crazy Bosnian guy, una guida che accompagna i turisti per le strade della sua città, Mostar, nel sud della Bosnia Erzegovina, anche se il soprannome “guy” comincia a stargli un po’ stretto considerando di aver raggiunto i cinquant’anni. A questo sopperisce con un fare affabile, sa come conquistarsi le simpatie, tanto da potersi ancora fregiare del titolo di “ragazzo”. E infatti la sua loquacità, quasi una bonaria provocazione propria di quell’età, coinvolge (“Io sono esilarante, io faccio ridere”). A interpretare il personaggio è Michelangelo Canzi, mentre il testo della pièce è di Federica Cottini, anche regista.
L’itinerario turistico comincia dal ponte medievale di Stari Most, simbolo della città caduta sotto le bombe durante la guerra dei Balcani e ricostruito a distanza di dieci anni dalla fine del conflitto dichiarato poi Patrimonio dell’Umanità. Da qui per il protagonista il passo indietro negli anni diventa naturale. La narrazione inizia ricostruendo il periodo che parte dal 1987 e arriva al 2010 e si sofferma, evocando in una serie di frammenti e senza seguire un percorso strettamente cronologico, gli anni della guerra dei Balcani e in particolare quelli tra il ’92 e il ’95 propri degli scontri in Bosnia Erzegovina. Erano gli anni in cui era difficile procurarsi da mangiare, si sparavano ai piccioni non potendo cacciare la selvaggina pena essere vittima delle bombe nascoste sulle montagne. Il cibo distribuito era scarso e di cattiva qualità, la carne era in realtà un impasto di vegetali rifiutata persino dai cani, la poca acqua veniva raccolta ogni giorno in taniche e per un anno intero non fu possibile farsi una doccia, mentre per tutto il 1992 mancò anche l’energia elettrica. Poi nel luglio 1995 a Srebrenica avvenne il genocidio in cui oltre 8000 ragazzi e uomini bosgnacchi diedero una svolta decisiva all’andamento bellico. Alla fine, con la pace, il diffondersi di alcol, droga, depressione e suicidi costituirono la normalità.
Con aria tra lo stupito e il comico il nostro spiega l’assurdo accordo in merito all’intagibilità delle frontiere sancito a Parigi nel 1995 che prevede la creazione di due entità interne allo Stato di Bosnia ed Erzegovina: la Federazione Croato-Musumalmana e la Repubblica Serba, entrambe dotate di poteri autonomi in vasti settori, ma inserite in una cornice statale unitaria. La cosa più complessa riguarda la presidenza collegiale in cui seggono un serbo, un croato e un bosgnacco che si alternano a turno ogni otto mesi.
Ora che tutto sembra essere tornato alla normalità si stupisce per la velocità con cui la modernità ha invaso la città con le opere di architettura. Tutto un proliferare di strutture in vetro come non se ne erano mai viste. Ma quel materiale così vivido eppure tanto fragile rappresenta quasi un presagio oscuro su quello che potrà accadere in un lontano futuro perché il suo paese non ha smesso di essere una polveriera pronta a esplodere: le guerre per motivi etnici e religiosi sono quelle che hanno sempre afflitto l’umanità.
Adesso si mostra comunque contento di aver raggiunto lo stato in cui vive: nonostante gli accadimenti tragici vissuti dal suo popolo, si era sposato con la donna amata che gli aveva regalato due figli che a loro volta avevano avuto tre nipoti, tutti brillantemente occupati in attività lavorative o nello studio. Riesce anche a pensare alla sua morte con un senso di appagamento e immagina la sua sposa in lacrime davanti al proprio feretro. Ma nel frattempo continua la sua attività e ai turisti che chiedono di vivere sensazioni dice: “You, tourist. My pain is my money. You want war, I sell you war. Business.” Cosa che invece non racconterà nei dettagli ai suoi figli per preservarli dalla conoscenza degli orrori vissuti dal suo e loro popolo.
Il ponte di Stari Most ha ripreso a essere il simbolo della città e dai suoi 24 metri i giovani di oggi possono ancora tuffarsi “a volo d”angelo” come avveniva prima degli eventi bellici, dimostrando non solo un atto di coraggio ma anche di resistenza della tradizione perché la memoria di quanto accaduto non venga dimenticata ma rimanga vivida per le generazioni future.
Michelangelo Canzi con la sua abile comunicativa riesce a entrare nel personaggio di un cinquantenne nonostante la sua giovane età grazie alle notevoli capacità recitative di cui è in possesso. La sua prova attoriale è vincente perché sa unire una vis drammatica a doti per il genere comico che sanno far divertire il pubblico senza distoglierlo dalla riflessione sugli avvenimenti drammatici narrati e che sono il punto focale della rappresentazione, in questo aiutato naturalmente dal testo scritto da Federica Cottini e che è caratterizzato da una scrittura che sa essere avvincente. Non a caso i due avevano vinto i premi “Teatri Riflessi 10” e Zafferana Etnea (CT) 2025 come Best Performer il primo e Best Dramaturgy la seconda, mentre l’opera aveva vinto il premio del pubblico come miglior spettacolo del FringeMI Festival 2025.
Caldissimi e prolungati applausi hanno salutato l’attore in una sala interamente sold-out. In calce all’articolo i crediti e il teaser dello spettacolo.
Visto il giorno 5 giugno 2026
(Carlo Tomeo)
Teatro Elfo Puccini – 3 / 5 giugno | sala Fassbinder
A volo d’angelo
testo e regia Federica Cottini con Michelangelo Canzi
scene Mattia Franco, Alice Capoani – costumi Nunzia Lazzaro, Fabiola Soldano – luci Paolo Latini, Simona Ornaghi – grafiche Anna Farina – responsabile tecnico Marcello Seregni – foto di scena Denise Prandini – produzione Binario Vivo – Teatro Nuovo di Pisa, Teatro della Cooperativa Milano – spettacolo vincitore “FringeMI Festival”, Milano, 2025 – spettacolo vincitore “Teatri Riflessi 10“, Zafferana Etnea (CT), 2025, Best Dramaturgy Federica Cottini e Best Performer Michelangelo Canzi – finalista Inbox, 2026