
© Roberto De Biase
IL cantastorie giunge sul palcoscenico che rappresenta una piazza popolare e si rivolge agli astanti-spettatori che lo circondano. Ha portato con sé una valigia contenente i costumi di scena che, di volta in volta indossati, dovrebbero servire a figurare i personaggi della vicenda che si andrà a raccontare. Il condizionale è d’obbligo perché quello che viene estratto dalla valigia non è costituito da abiti ma da maschere i cui volti portano impresse le espressioni dei protagonisti della tragedia vissuta e di cui ora si ripeterà il rito sotto forma di recita e di narrazione.
Il cantastorie è Evelina Rosselli che, sola in scena, rivive la storia di Oreste, sì quello della tragedia di Eschilo, e lo fa usando un linguaggio popolare, dove anche il nome del protagonista viene modificato in quel “SdisOrè” che sta per “si dice Orè”, tanto da renderlo attraverso l’appellativo, più vicino agli ascoltatori che parlano una lingua simile a quella in cui lei si esprime. E nel procedere si aiuta con le maschere che vanno a coprire il suo volto confrontandosi in parte anche con marionette senza filo che, grazie a un’apertura, vengono azionate a mano.
I personaggi sono quelli principali della trilogia dell’Orestea: protagonista è Oreste, che uccide la madre Clitennestra colpevole di aver assassinato insieme all’amante Egisto il proprio marito Agamennone tornato dalla guerra di Troia, e la sorella Elettra incontrata mentre piange la morte del padre. La vicenda è fedele a quella eschilea tranne che nel finale dove Testori vi imprime un marchio profondamente cristiano in cui Ettore, consumata la vendetta e colpito dal rimorso, decide di rinunciare al potere sulla città perché desidera solo ricevere il perdono.
Quello che nasce come un monologo, che per definizione è per una voce sola, qui acquista la forma di una polifonia dove l’attrice, oltre al ruolo della narratrice, che secondo Testori è “lo spirito del Teatro”, incarna i quattro personaggi della tragedia che interagiscono fra loro e per ciascuno di essi usa quattro timbri vocali diversi che ne definiscono i singoli temperamenti. Peraltro anche dai volti delle maschere, realizzate da Caterina Rossi, si evidenziano le quattro emotività differenti di ciascun personaggi, tratteggiate con tratti mostruosamente grotteschi, così come lo è la lingua di Testori costruita su un lombardo antico mescolato con termini presi in prestito dal francese e dallo spagnolo oltre a latinismi e senza dimenticare locuzioni inventate, proprie del grammelot: una lingua che sa trattare i lati più scabrosi della vicenda senza essere volgare e che raggiunge in più punti quella forma di comicità che sa far anche divertire.
Il finale vede l’attrice che, liberatasi di tutte le maschere, smette di farsi datrice di voce e di volto dei personaggi della vicenda e, diventata cantastorie, si accomiata dal suo pubblico.
Evelina Rosselli, bravissima attrice e perfetta quanto instancabile affabulatrice nell’impervia lingua testoriana, è stata applaudita con entusiasmo.
Unica replica questa sera alle 19,30. In calce all’articol i crediti, il trailer dello spettacolo e le INFO per acquisto biglietti.
Visto il giorno 22 maggio 2026
(Carlo Tomeo)
TEATRO FONTANA
22, 23 maggio
SdisOrè
di Giovanni Testori
regia Gruppo UROR
con Evelina Rosselli
realizzazione maschere e marionette Caterina Rossi
sound design Franco Visioli
light design Camilla Piccioni
con uno sguardo di Antonio Latella produzione TPE – Teatro Piemonte Europa / produzione originale 2024 PAV
con il sostegno di AMAT Marche e Comune di Pesaro – selezione Hystrio Festival 2025
Spettacolo inserito nella rassegna Welcome to ITACA La sezione del Teatro Fontana dedicata alle terre di confine, le voci non allineate e ribelli.