“Labirinto. Due padri, un figlio” MTM Sala La Cavallerizza – Recensione

© Valerio Iglio

Uno spettacolo che scava in profondità nei meandri più riposti della mente dello spettatore sollecitandone la sensibilità per avvolgerla in una sorta di ragnatela in cui è tenuta prigioniera al fine di farla esprimere nella sua piena essenza per tutta la durata della rappresentazione. È quanto avviene in “Labirinto” che Chiara Arrigoni ha tratto dal libro di Elo (pseudonimo di Giuseppe Giussani) “Al buio è tutto più chiaro“, riprendendone il tema e adattandone la scrittura per il teatro, e in questi giorni in scena nella sala La Cavallerizza delle MTM.

La vicenda vede protagonisti i fratelli Ettore (Arturo di Tullio) e Dario (Gaetano Callegaro) che si frequentano raramente per non far riemergere tensioni e incomprensioni famigliari di vecchia data e in particolare i discorsi inerenti alla situazione di Ettore il cui figlio era affetto da schizofrenia che lo faceva sentire “abitato da voci strane, da incubi, che non gli danno più tregua” al punto di dover essere ricoverato in una clinica per malattie mentali. I due fratelli riprendono contatti più ravvicinati quando Ettore, che è un restauratore, propone a Dario di lavorare insieme alla costruzione di un labirinto in una grossa villa che gli era stato commissionato da una ricca famiglia già sua cliente.

Vediamo i due fratelli agire in uno scenario la cui struttura è formata da assi mobili disposti disordinatamente in orizzontale e in verticale e che nel corso della rappresentazione vengono assemblate a formare immaginarie pareti che costituiranno viali e slarghi del labirinto. L’azione si svolge in vari episodi che, invece di mantenere un ordine cronologico, segue una serie di passaggi riportanti fatti del passato alternati ad altri più recenti oltre a momenti ripetitivi quali le riunioni famigliari dei pranzi natalizi che si rivelano essere i maggiori punti di attrito fra i vari componenti. La natura e le date degli eventi sono descritti di volta in volta da scritte luminose riportate sul fondale.

Tutto inizia con il prologo che ha per titolo “L’invidia degli dei. Tutti storpi” dove Ettore descrive la particolarità fisica della sua famiglia in cui tutti i componenti hanno il naso storto e poi prosegue nel raccontare di come, vincendo alla lotteria, avesse rilevato uno spazio per farne una bottega di restauro che divenne il suo lavoro. Se Ettore si definisce un restauratore capace che gli permette un buon guadagno, Dario ama qualificarsi come un gardner design. Iniziano tra loro i primi contatti riguardo all’accettazione del lavoro di costruzione del labirinto. Dario ha diversi dubbi sulla leicità di quella commissione, Ettore gli ingiunge di non darsi troppi pensieri in merito visto che il guadagno economico è comunque consistente.

A intervallare la rappresentazione della messa in opera del labirinto, e qui ad agire fisicamente con la posatura delle assi è soprattutto Ettore, ci sono le conversazioni telefoniche di questi con il giovane figlio che vive a Londra. Il padre è visibilmente preoccupato anche se cerca di nascondere il suo stato. Intanto anche Dario, che non può avere figli, telefona al nipote e si mostra non meno affettuoso di Ettore. E non mancano neppure le conversazioni telefoniche che intercorrono fra lui e il fratello, in cui suggerisce di non nominare la malattia con il nome di schizofrenia che la fa apparire ancora più grave. Meglio utilizzare il nome scientifico di psicosi paranoide allucinatoria che in qualche modo la rende meno angosciante. E poi lo accusa anche di aver mandato il figlio a Londra, vedendo in quel viaggio la causa della malattia.

Il momento più drammatico è quando i due hanno ultimato il lavoro che è durato per settimane nelle quali si sono confrontati, scontrati e hanno descritto oltre che leccato le loro ferite. Si trovano intrappolati nel labirinto, vero protagonista della pièce che si fa metafora esistenziale di mali non risolti e che per trovare una soluzione, se c’è, necessita della chiave di lettura simbolizzata a sua volta dall’uscita dal labirinto stesso. Se Giussani nel suo libro, pur affrontando un argomento doloroso come può essere il rapporto tra un padre e il figlio malato di psicosi paranoide, usa uno stile leggero che non disdegna in alcuni punti neanche l’ironia, per il testo teatrale Chiara Arrigoni, escludendo i tre episodi dedicati ai pranzi natalizi, sceglie il genere drammatico. Inoltre, in base a quanto da lei stessa dichiarato nell’incontro che ha fatto seguito alla rappresentazione della prima, ha voluto offrire al pubblico una personale possibile interpretazione. E qui il discorso è allargabile anche al mito greco del labirinto con tutto il simbolismo ivi ricavabile.

Protagonista assoluto della storia è il figlio malato anche se compare in scena non fisicamente ma attraverso i discorsi del padre e dello zio, personaggi tratteggiati e guidati con la forza descrittiva del regista Alberto Oliva che unisce drammaticità e delicatezza in un’originalità espressiva che sa valorizzare al massimo un testo intenso, capace di toccare in profondità gli animi. Ad arricchire la rappresentazione, lo scenario di Giulio Paci e le luci disegnate da Fulvio Melli. Preziosa la scelta delle musiche che più che commentare sono state esse stesse personaggi della vicenda, prima fra tutte quella di accompagnamento alla scena in cui i due fratelli rimangono chiusi nel labirinto ed eseguita dalla compositrice islandese Hildur Guonadóttir.

Gaetano Callegaro e Arturo di Tullio sono notoriamente attori di grosso calibro da me già ammirati in diverse occasioni. In questo lavoro hanno il merito di superare loro stessi in quanto a bravura tecnica ed espressiva unite alle capacità di saper entrare a fondo nella psicologia dei personaggi. Aldilà della mia stima personale che nutro verso entrambi ho ammirato in particolare la qualità interpretativa in un genere drammatico sostenuta da Arturo di Tullio, da me precedentemente visto solo in parti brillanti oltre ad averlo già apprezzato come regista.

Lo spettacolo, molto apprezzato con lunghi applausi dal pubblico in una sala gremita, resterà in scena fino a domenica 10 maggio. In calce i crediti e le INFO per l’acquisto biglietti. MOLTO CONSIGLIATO.

Visto il giorno 6 maggio 2026

(Carlo Tomeo)

MTM La Cavallerizza – dal 6 al 10 maggio 2026

LABIRINTO. Due padri, un figlio

di Chiara Arrigoni
dal romanzo di Elo “Al buio è tutto più chiaro”
con Gaetano Callegaro e Arturo di Tullio
progetto e regia Alberto Oliva
scene Giulio Pace
disegno luci Fulvio Melli
assistente alla regia Alice Guaglianone
assistente alla regia stagista Barbara Palumbo
staff tecnico Stefano Lattanzio
responsabile di produzione Susanna Russo
produzione Manifatture Teatrali Milanesi

La Cavallerizza da mercoledì a domenica ore 19.30

Posto unico non numerato da martedì a domenica ore 19.30

intero € 18,00 – convenzioni € 17,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 17,00 – Under 30 e Over 65 € 17,00 – Università € 17,00 – scuole civiche Fondazione Milano, Piccolo Teatro, La Scala e Filodrammatici € 11,00 – Scuole MTM € 10,00 – ridotto DVA € 9,00 – tagliando Esselunga di colore VERDE

Info e prenotazioni biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45

Abbonamenti: MTM Ritrovarsi a volare, MTM Ritrovarsi a volare Over 65, MTM Ritrovarsi a volare Under 30 x4 spettacoli. I biglietti sono acquistabili sul sito www.biglietti.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita Vivaticket.

Categorie RECENSIONI

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