
© Luca Del Pia
Il palcoscenico è privo del canonico sipario sostituito a malapena da un tendaggio trasparente grigio che scende dall’alto e lascia intravvedere una stanza da bagno dove appaiono bene in vista una vasca e un water: sembrano essere questi gli elementi più importanti degli arredi della casa di Argante e se ne scoprirà presto il perché. A illuminare la scena un enorme lampadario e il biancore delle piastrelle sul fondale. Una scelta registica, questa, idonea a entrare subito nell’humus della vicenda perché quello che preme più di ogni altra cosa ad Argante è il ricorso a purghe e clisteri necessari per guarirlo dai mali che lo affliggono. Che poi la guarigione sia un obiettivo da perseguire veramente è tutta da vedere considerando che la malattia, per paradosso, appare come elemento necessario a richiamare l’attenzione su di sé.
Perché l’Argante, il bravissimo Tindaro Granata, immerso per metà nella vasca mentre batte nervosamente sui tasti di una “lettera 32” l’elenco delle spese sostenute per le ricette e i farmaci prescritti dai dottori Diarroico e Purgone per guarirlo dai suoi mali è, secondo l’interpretazione di Andrea Chiodi, lo stesso Molière poco considerato in vita dall’Accademia di Francia rispetto alla moda imperante di fare teatro. È proprio questa moda a far gridare ad Argante alias Molière, mentre digita sulla tastiera: “Questo teatro contemporaneo è una merda”. Il regista scrive infatti nel programma di sala “Con questo lavoro ho cercato di mettere in scena questo grido disperato, il grido di un artista, la domanda di un artista, la domanda di chi cerca di far capire a chi parla la sua arte, il suo teatro, fino a morirci dentro, fino a a decidere di essere malato per proteggersi dalla durezza della realtà”.
In tal senso uno dei momenti più alti della messa in scena, là dove Tindaro Granata, si esprime al meglio della sua arte, è quello in cui la commedia diventa dramma e Argante, indossata la parrucca molto simile a quella che siamo abituati a vedere nelle immagini di Molière, rivolge la sua supplica al re per chiedergli se potrà avere il permesso di continuare a scrivere le sue commedie senza “dar fastidio a nessuno”. E qui il riferimento è a Gianbattista Lulli, beniamino del re. Che poi nella realtà quella richiesta fosse inutile è cosa nota considerando quanto Luigi XIV apprezzasse le opere del commediografo che per meglio accontentarlo inseriva tra un atto e l’altro delle commedie i balletti tanto graditi dal sovrano.
Nella rappresentazione, che Andrea Chiodi tiene a precisare essere integrale e fedele al testo, l’aspetto delle danze non è quindi trascurato e appare come un elemento musicale e coreografico che all’inizio e alla fine si svolge sul proscenio illuminato alla base da luci che ricordano gli spettacoli del cabaret berlinese degli anni ’30, dove i personaggi che fanno parte dell’entourage di Argante, pesantemente truccati nel volto e vestiti con guépière e reggicalze, si muovono a scatti in modo grottesco. Sono due elementi che, provocando comicità e inquietudine, costituiscono una sorta di sintesi del tema della commedia in cui la vena comica, espressa attraverso battute e colpi di scena folgoranti tipiche nella scrittura di Molière non disgiunta da una satira in questo caso contro la classe dei medici, si mescola all’aria tragica descrittiva dello stato mentale del protagonista.
Alle grida e agli strepiti di Argante (uno splendido Tindaro Granata) che si dimostra anche infantile, e in tal senso sono molto indicative le scene in cui “si attacca” al seno prosperoso della moglie (ottimamente interpretata da Alessia Spinelli) che lui chiama mammina, fanno da contraltare i continui rimbrotti della serva Tonina (la molto versatile Francesca Porrini) che, oltre a liberare il suo padrone dai cospicui salassi non solo medicamentosi ma anche e soprattutto monetari e a guarirlo dall’ipocondria, si preoccupa anche di fare in modo che si realizzi il matrimonio della padroncina Angelica (una solare Emilia Tiburzi che entra in scena canticchiando “Mon manège à moi” a dimostrazione di quanto sia perdutamente innamorata). Accanto a questi personaggi principali sono da citare il risolutivo fratello di Argante, Beraldo (l’eclettico anche quando è in calze autoreggenti e giarrettiere Angelo Di Genio), l’innamorato Cleante (Nicola Ciaffoni, ottimo interprete e musicista), i tre dottori interpretati da Emanuele Arrigazzi e il figlio del dottor Diarroico (Elisa Grilli capace di suscitare nel suo ruolo molteplici risate da parte del pubblico).
Lo spettacolo termina festosamente al suono della Marsigliese, musica ancora estranea a Molière ma sicuramente in carattere con l’inedita messa in scena di Andrea Chiodi che, “s’il vous plait”, vuole divertire ma anche far riflettere sugli aspetti più seri contenuti nella vicenda.
L’accoglienza del pubblico alla prima milanese è stata strepitosa. Repliche tutti i giorni fino a domenica 26 aprile a eccezione di sabato 25 aprile, giorno di riposo. In calce sono riportati i crediti e le INFO per acquisto biglieti.
Visto il giorno 20 aprile 2026
(Carlo Tomeo)
Piccolo Teatro Grassi (via Rivoli 6 – M2 Lanza), dal 20 al 26 aprile 2026
Il malato immaginario
di Molière
adattamento e traduzione Angela Dematté
regia Andrea Chiodi
con Tindaro Granata e Francesca Porrini
e con Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi
scene Guido Buganza
costumi Ilaria Ariemme
musiche Daniele D’Angelo
luci Cesare Agoni
consulenza ai movimenti Marta Ciappina
assistente alla regia Elisa Grilli
produzione Centro Teatrale Bresciano
in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Viola Produzioni Roma
Orari: martedì e giovedì ore 19.30; lunedì, mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica, ore 16.
Sabato 25 aprile riposo.
Durata: 2 ore senza intervallo.
Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro
Informazioni e prenotazioni piccoloteatro.org