“Gen Z – Chi sono veramente?” MTM Teatro Leonardo – Recensione

“Quando ero piccolo non sapevo di essere piccolo e mi sentivo grande, ora sono grande e mi sento piccolo”. Sono le prime battute che Francesco Di Tullio, appena diciottenne, solo in scena, pronuncia nel suo one-man show al cospetto di un folto numero di spettatori venuti ad ascoltarlo nel Teatro Leonardo. A essi si rivolge perché li sente complici anagraficamente ma i suoi discorsi, come si vedrà, sono diretti soprattutto a persone di età diversa, spesso apostrofate attraverso il fin troppo saccheggiato termine del “diversamente giovani”, con lo scopo di far conoscere il mondo e il pensiero in cui si muove la sua generazione.

Il racconto parte dai primissimi anni giovanili quando i suoi genitori, entrambi “invasati del teatro” per amore e per mestiere, lo portavano con loro ad assistere alle rappresentazioni che nei primissimi anni piacevano anche a lui e che poi, quasi per soverchia esposizione, cominciavano a stancarlo. Per meglio far intendere la sua condizione di allora la paragona a quella di tanti suoi coetanei che, nei casi di sciopero scolastico, i genitori portavano nei propri luoghi di lavoro. Con l’età scolare aveva iniziato a confrontarsi meglio con una realtà: alle elementari risultava bravo e volenteroso, guadagnandosi l’ammirazione dei maestri anche grazie ai suoi occhi blu. I dieci erano assicurati. Alle medie i voti cominciarono ad abbassarsi e gli insegnanti gli facevano notare dall’alto della loro supremazia che gli occhi blu non sarebbero bastati per farsi strada nella vita. Peggio andò alle superiori dove, se riportava un voto basso era uno che non aveva voglia di far niente, mentre se il voto superava almeno la sufficienza risultava essere un ragazzo intelligente che avrebbe potuto ottenere buoni risultati se solo si fosse applicato nello studio. Quando fu bocciato la madre mantenne quanto gli aveva promesso: lo mandò a lavorare come cameriere in un bar di cui conosceva il proprietario.

Ora che ha 18 anni può fare tante cose come prendere la patente, per poi farsela ritirare qualche giorno dopo perché la sera precedente si è “fatta una canna”, andare a votare, viaggiare senza chiedere il permesso, e, quando qualcuno gli chiede che lavoro fa, può inventarne uno di volta in volta diverso. Ad aiutarlo in questo sono le cose che vede intorno e che fungono da suggerimento. Il problema si pone solo quando rincontra la persona alla quale non ricorda che mestiere aveva detto di fare. Per questo alla fine aveva deciso di fingersi studente di ingegneria edile, materia pressoché sconosciuta e difficile da confutare.

La narrazione prosegue e in essa vengono messe in luce aspetti fondamentali della sua generazione, quella poco compresa se non del tutto sconosciuta al mondo degli adulti più agé rappresentata dai genitori, dagli zii e dalle cosiddette età di mezzo.

Sono tante le cose che dividono e allontanano la generazione Z da quella che la precede. Si parla di abitudini, modi di vivere, abbigliamento, musica (e qui Francesco fa una disamina divertentissima su quella amata dai padri e su quella apprezzata dai figli, prendendo come esempi tre canzoni che si distinguono per i testi dozzinali e retrivi, suscitatrici di copiose risate). Niente a che vedere con le parole delle canzoni trap, genere da lui amato, e di cui nomina versi di cantanti quali Ghali e Shiva. Da qui il discorso si allarga sulla lingua usata dalla sua età composta da parole che sono importanti e non solo per il loro significato ma anche per come vengono usate. La generazione Z ne conia di nuove per meglio capirsi e queste fanno parte di un vocabolario composto da neologismi che sono spesso frutto di un’aggregazione di due termini. Così cita come modello la parola “cazzeggiare” che acquista significati diversi a seconda dei contesti in cui viene usata.

Sono parole che, insieme a immagini stilizzate di supporto e degne di considerazione, sono proiettate sul lato rivolto al pubblico di una sorta di stretto pulpito bianco dagli alti gradini non praticabili che costituisce insieme a un piccolo sgabello più arretrat e simbolicamente rovesciato l’unico elemento di arredo.

A meno di un terzo dello spettacolo Francesco riceve sul cellulare una foto che lo ritrae mentre recita sul palco e mandatagli dal padre presente in platea. Amore di papà che non ha saputo resistere e ha rotto la quarta parete per dimostrargli con orgoglio la propria ammirazione. Che poi, a ben guardare, tanto amore può caricarsi di aspettative con il risultato che possa generare un senso di responsabilità da gestire provocando anche stati ansiogeni. E qui Francesco racconta cosa si possa provare in tal senso in una serata “tipo” quando, preso dal panico, gli sembra di non riuscire a respirare tanto da sentire la necessità di chiedere aiuto telefonando ai genitori che, essendo separati, vivono in due case diverse. Ma entrambi, essendo di caratteri differenti se non addirittura opposti ma entrambi preoccupati oltre misura, non sembrano in grado di dargli né indicazioni nè rimedi efficaci. In questi casi, allora, è meglio chiedere aiuto a un amico coetaneo che in maniera spiccia con due parole sa tirarlo fuori da quello che gli sembrava essere un baratro nel quale si era cacciato.

Francesco non ha paura di citare anche argomenti scomodi, anzi preferisce puntare il dito piuttosto che nascondersi. Chiama le cose con il loro vero nome, non fa sconti e sa individuare i responsabili del malessere giovanile quando dice “noi giovani abbiamo una fottuta paura di vivere che non ci fa vivere” consapevole peraltro che non esiste la formula magica per essere felici. Rivendica di avere il diritto di sbagliare e vede le due generazioni come “due squadre avversarie” che non sembrano trovare punti di contatto. I genitori alla fine non sono esenti da colpe, la principale delle quali è stata, ed è, quella di mantenere i figli sotto una bolla di vetro protettiva che li allontanava dalla realtà. Il finale è all’insegna della frase che si veste di penetrante significato degno di riflessione: “Noi non abbiamo bisogno dei social per sentirci giovani”.

Sulle note di “Formidable” di Stromae si chiude lo spettacolo creato con una profonda conoscenza della tematica e l’utilizzo di un testo sagace che tocca punte di sano umorismo dove, secondo le parole di Alessandra Scotti, autrice oltre che regista: “La recitazione è realistica, colloquiale e sporca, come lo è il testo, privo di fronzoli che punta ad arrivare dritto allo spettatore, sballottandolo tra ironia e riflessione con la sincerità senza filtri che solo un giovanissimo adulto può permettersi di gridare”.

Grande l’accoglienza e copiosi gli applausi finali riservati al monologo in cui Francesco Di Tullio si è dimostrato molto capace, brillando nell’eloquio e nell’ottima presenza scenica, cose tutt’altro che scontate considerando che lui fosse alla prima esperienza in questo genere teatrale.

Visto il giorno 17 aprile 2026

(Carlo Tomeo)

MTM Teatro Leonardo – 17 aprile 2026

Zelig Lab presenta GEN ZChi sono veramente? di Alessandra Scotti con Francesco di Tullio – regia di Alessandra Scotti – visual Martina Brunelli – artompx – produzione: Lezgo Studio – foto: MTM Manifatture Teatrali Milanesi

Categorie RECENSIONI

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