“Zio Vanja, Un’indagine sulla ferocia” al teatro Fontana – comunicato stampa

13-18 aprile

Zio Vanja
Un’indagine sulla ferocia

Di Anton Cechov

Drammaturgia e regia Simona Gonella

Con  (in ordine cechoviano)

Stefano BraschiIl professore

Stefanie BrucknerElena

Stefania Medri Sonja

Anna CoppolaMaman, Balia, Note

Woody Neri Vanja

Marco Cacciola Il dottore

Donato PaternosterTelegin

Spazio scenico Federico Biancalani

Disegno luci Rossano Siragusano

Costumi Anna Maria Gallo
Ambienti sonori Donato Paternoster

Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Metastasio di Prato
Con il contributo di NEXT-Laboratorio delle Idee

Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

Profondo rosso. Ma niente horror. Solo una dimensione sospesa, dai colori lynchiani. Priva di appigli naturalistici. (D. Vincenti, Il Giorno)

Quando la tua comfort zone si trasforma in zona rossa tutto può diventare imprevedibile. (I. Filannino, MiTomorrow)

Si vede distintamente il lavoro di creazione e rifinitura di ogni passaggio, che rifiuta, a meraviglia,  le comode strade già battute e ribattute. (D. Caravà, MilanoTeatri)

Una lettura drammaturgica e registica coraggiosa, cui dà plausibilità anche la splendida squadra di attori. (C. Facchinelli, Rumorscena)

Dal 13 al 18 aprile torna in scena Zio Vanja. Un’indagine sulla ferocia, spettacolo prodotto da Elsinor e Teatro Metastasio di Prato per la regia di Simona Gonella. L’allestimento si addentra in una delle opere più celebri del maestro russo esplorando le relazioni tra personaggi e indagando i confini della loro ferocia. Un ensemble attoriale rodato e coeso lavora sui contorni e sulla contagiosa spietatezza che inquina i rapporti e incastra senza apparenti vie d’uscita, disegnando un quadro sociale bloccato da una fatale incapacità.

Su uno spazio astratto, geometrico, privo di appigli naturalistici, dominato dal rosso intenso di un tappeto e di una parete, si agitano le vite di otto personaggi, incatenati ad un eterno ripetersi di un quotidiano sempre uguale a se stesso.
Il ritorno dell’anziano professore e di sua moglie nella tenuta di campagna in cui vivono stabilmente Vanja, sua nipote Sonja, Telegin e la balia, e nella quale è di casa il dottore, dà il via ad un sottile gioco al massacro in cui emergono vecchi rancori, tensioni taciute, passioni frustrate e non corrisposte.
Costretti a condividere gli stessi ambienti, i protagonisti danno sfogo ad una ferocia delle relazioni che la scena vermiglia riverbera e amplifica, delimitando i loro incontri all’interno di un claustrofobico ring.
L’arrivo della coppia disturba come un corpo estraneo gli equilibri di un microcosmo familiare già minato al suo interno da antiche ruggini.
Il ruolo di Elena, personaggio oggetto di desiderio e invidia, è affidato ad un’attrice straniera: è lei la giovane che lotta – anche linguisticamente – per capire cosa le sta succedendo intorno e che pone tutti  a confronto con la sua esoticità, introducendo il tema della estraneità, di un linguaggio che diventa ostacolo.
La drammaturgia  accoglie nel testo alcune delle note di regia che Stanislavskij, più di cento anni fa, scrisse a margine del suo storico allestimento dell’opera. L’astrazione dello spazio e la sottrazione di appoggi naturalistici vengono così a confronto con la minuziosità realistica delle note, nel tentativo di creare una frizione nello spettatore tra ciò che è o che potrebbe essere, tra ambiente o azioni o alcune indicazioni di azione o “sentimento”, e quello che realmente accade in scena. Un altro modo di riflettere sul linguaggio, un altro modo di giocare con i diversi piani attraverso i quali un testo può farsi “vita” o “presenza” nel qui e ora della rappresentazione

NOTE DI REGIA

Nel mondo isolato e compresso in cui Zio Vanja è collocato, sembra non esserci mai spazio per respirare, per lasciare che il tempo aiuti a dipanare il groviglio di sentimenti, amori, recriminazioni, disillusioni che ciascun personaggio porta dentro di sé. Le attrici e gli attori hanno lavorato generosamente per esplorare il pesante carico di profonda umanità che il testo ha messo loro di fronte, trovando una logica che li legasse a ciò che loro sono oggi o a ciò che oggi, in un senso più universale, i personaggi possono svelare. Le ferite autoinflitte dalla frustrazione di non poter essere ciò che si vorrebbe e quelle inflitte dall’incapacità degli altri di avere un barlume di empatia, paiono non guarire mai e affogano in quell’incapacità di “fare”, di “agire” spesso ripetuta nel testo. Di “Zio Vanja” mi ha sempre  colpito soprattutto questa spietatezza, questo spingere il dito nella piaga fino a impedirle di rimarginarsi. Mi sembra che parli così tanto di ciò che siamo noi oggi, di noi che ci parliamo addosso, di noi che, immobili, aspettiamo di “diventare” ciò che vorremmo, di noi che ferocemente anteponiamo la nostra furia egotica a tutto e a tutti, di noi sempre all’alba di una grande rivoluzione, foss’anche data, come è nel testo, dallo sconvolgente arrivo del professore e sua moglie nella falsa tranquillità della vita di Vanja, Sonja, la balia, Telegin, Maman e del dottore. Ascolto i tentativi di dare un corpo ai propri desideri, anche in maniera feroce e violenta, ascolto il disperato bisogno di  ritrovare un successo e una fama perduti, di avere un amore da tenere stretto durante una notte di temporale,  una donna da possedere, un uomo con cui stordirsi. O anche un amore, e basta. Una vita, che sia vita, e basta. O il rassicurante rifugio di un opuscolo che arriva dalla città. Ma ascolto anche la balia e Telegin che, forse perché ormai andati oltre il desiderio di “essere” qualcuno o qualcosa – o di qualcuno e di qualcosa – nel quarto e ultimo atto si abbandonano al piacere, forse reazionario, di volere un semplice piatto di tagliatelle, di tornare ad un ordine – agghiacciante forse nella sua immobilità- ma pur sempre, per loro, un ordine rassicurante. E allora mi resta l’amaro in bocca nel vedere che questo ordine e questa pace hanno alla fine un sapore quasi sensato, ma inaccettabile, al   meno per me, che inseguo sempre e da sempre i miei desideri e le mie frustrazioni.   (Simona Gonella)

Teatro Fontana

Via Gian Antonio Boltraffio 21, Milano

02.6901 5733

biglietteria@teatrofontana.it

DATA E ORARIO

mar-ven ore 20.30 – sab ore 19.30 – dom ore 16.00

DURATA SPETTACOLO

1 h e 45 minuti

PREZZI

Intero 23 €

Under30 15 €

Over 65 / Under 14 11 €

Giovedì sera 19 €

Convenzioni 18 €

Scuole di teatro 12 €

Prevendita e prenotazione 1 €

INFO e PRENOTAZIONI

+39 0269015733

biglietteria@teatrofontana.it

www.vivaticket.com

Categorie comunicato stampa

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