“Tre donne alte” al Teatro Elfo Puccini /Sala Fassbinder -Recensione

Tre donne alte

di Edward Albee

Teatro Elfo Puccini – Sala Fassbinder

RECENSIONE:

L’interno di una grande stanza: il fondale è occupato da un grande letto e sulla destra il quadrante di un grosso orologio senza lancette posto sul pavimento. Sulla parte centrale della scena quattro sedie delle quali una è con i braccioli e dei cuscini. il soffitto è coperto da tendaggi e sulla sinistra pende un lampadario enorme. Tre donne occupano la scena: un’anziana 92enne malata di Alzheimer, la cinquantenne badante che l’accudisce e una più giovane 25enne, segretaria di un avvocato, che è lì per far firmare assegni alla donna anziana. i discorsi delle tre donne sono incentrati sui bisogni della malata, la quale, come generalmente avviene per chi è affetto dall’Alzheimer, parla confondendo il passato con il presente. Si apprende dai discorsi che fa che da giovane era una donna alta e, malgrado avesse molti corteggiatori, sposò un uomo più basso con un occhio di vetro dal quale ebbe un figlio che, prima ancora di diventare maggiorenne, scappò di casa e lei non lo rivide più. Questi suoi ricordi si alternano a lamenti di vario tipo che riguardano il presente e non cela il malcontento che prova riguardo a varie situazioni; la badante la sopporta male, pur adempiendo ai suoi doveri, mentre la giovane segretaria si mostra spazientita e indisponente perché il suo unico scopo è quello di avere la firma sugli assegni e andare via. L’anziana va avanti a raccontare, ma a un certo punto si confonde, “Non so cos’è che non mi ricordo”, si sente male e viene accompagnata sul letto dalla badante, quindi perde i sensi. Nel secondo atto si intravvede la testa di un manichino appoggiata sul cuscino del letto, il lampadario è sul pavimento, e rimane acceso quasi a illuminare in profondità una conversazione non appartenente alla realtà, mentre il grande quadrante dell’orologio è posto sul soffitto e diventa protagonista nel significare l’importanza del tempo. Ma questo tempo sembra essersi fermato e la dimostrazione è data dalla mancanza di lancette. Ora siamo in un immaginario presente, le tre donne indossano gli stessi abiti, la prima a prendere la parola è la 25enne che sogna il grande amore ma la 50enne l’induce a prendere coscienza della realtà che sarà ben diversa dai di lei sogni rosei: ricorda la sua vita trascorsa fino ad allora e a questi ricordi si aggiungono quelli della 92enne che appare più distaccata, come se avesse superato i momenti più critici vissuti in passato. Si capisce che le tre donne rappresentano una sola: la 92enne del primo atto, la donna alta che ora, come da titolo, si è trasformata in tre persone nelle varie fasi di un’unica vita. E così, mentre la 25enne ascolta incredula le altre due che, raccontandosi, le stanno spiegando come sarà il suo futuro, la 50enne è la più disperata nel ricordare i tradimenti del marito e quelli suoi, e i dissapori, con conseguente abbandono, del figlio che ora è apparso, silente e non visto, quasi fosse un fantasma, al capezzale della testa del manichino. Qual è il momento migliore della vita? Quello dei venti anni oppure quelli dei cinquanta? Sarà la 92enne, che forse parla da un altra dimensione, perché dimostrerà la saggezza che i malati di Alzheimer hanno perduto, a dare la risposta a questa domanda…

La splendida commedia di Edward Albee è una delle più belle della sua drammaturgia e la sua riproposta, a distanza di 27 anni (l’unica volta che fu messa in scena in Italia risale al 1995 con la regia di Luigi Squarzina) è da elogiare. Essa contiene molti punti della vita dello scrittore, tanto che la commedia potrebbe essere considerata anche parte della biografia dei Albee, il quale abbandonò in giovane età la casa dei genitori adottivi per cercare quelli biologici, ebbe una vita scolastica turbolenta, era omosessuale e il suo compagno morì di cancro, non si recò al capezzale della madre adottiva morente. E di questo parla la donna 50enne quando ricorda il figlio degenere fuggito da casa. E la figura del ragazzo, che è al capezzale del manichino, non a caso rimane muto e non è visto dalle donne perché è un fantasma.

Ferdinando Bruni ha prestato un magnifico esempio di regia, sfruttando la bravura eccezionale delle due attrici principali e riprendendo con cura il testo tradotto nel 1995 da Masolino d’Amico. Il tema della commedia non è certo allegro, eppure Bruni ha saputo trovare momenti che suscitano una forma di ilarità, nonostante la fondamentale drammaticità della trama: per esempio nei discorsi della 92enne del primo atto, quando racconta un episodio scabroso o quando si parla di incontinenza e di confusione mentale, o in quelli della 50enne del secondo atto, quando la donna scende in dettagli di natura sessuale. Il secondo atto, poi, assume, in diversi momenti, anche toni grotteschi. Le scene di Francesco Frongia, ricche di oggetti simbolici, sono funzionali all’argomento della commedia, le luci di Michele Ceglia, così ricche di luminosità nelle variazioni cromatiche, sanno regalare spessore visivo, molto belli i costumi di Elena Rossi, tutti studiati su cromature beige, che fanno nuance con i gioielli indossati da Ida Marinelli nel primo atto.

In questa commedia si ritrovano a recitare insieme Ida Marinelli e Elena Ghiaurov, uno dei duo più affiatati del teatro italiano. La Marinelli si esprime al meglio di sé soprattutto nel primo atto, “prendendosi” tutta la scena e “relegando” le altre due attrici a un ruolo di spalla (d’altra parte è il testo della commedia che glielo consente). La sua bravura è incontestabile: il suo immettersi nel personaggio che interpreta è indice di una professionalità non scontata, visto il modo in cui sa calarsi nelle diverse sfaccettature caratteriali di una 92enne malata. La Ghiaurov si prende la “rivincita” nel secondo atto, esprimendosi con forte pathos nei momenti più drammatici e avvincenti, tali da coinvolgere emotivamente lo spettatore. La giovane Denise Brambillasca è brava nei due personaggi, così diversi, che è chiamata a interpretare: quello della giovane segretaria del primo atto e quello della 92enne da giovane e si affianca bene alle due compagne di scena.

Alla prima nazionale cui ho assistito, il pubblico, che ha riempito tutti i posti della sala Fassbinder, si è dimostrato entusiasta, tributando lunghi applausi agli interpreti e al regista chiamato sul palco. La commedia resterà in scena fino al 2 giugno.

Vista il giorno 11 Maggio 2022

(Carlo Tomeo: diritti riservati)

11 maggio >2 giugno | Teatro Elfo Puccini – sala Fassbinder

Tre donne alte

di Edward Albee

traduzione Masolino D’Amico

regia Ferdinando Bruni

scene Francesco Frongia

costumi di Elena Rossi

con Ida Marinelli, Elena Ghiaurov, Denise Brambillasca, Ettore Ianniello

luci Michele Ceglia

suono Gianfranco Turco

produzione Teatro dell’Elfo

prima nazionale

TEATRO ELFO PUCCINI, sala Fassbinder, corso Buenos Aires 33, Milano – Mart/Sab. ore 21.00, domenica ore 16.30 – Prezzi: intero € 33 / rid. giovani e anziani €17,50 / online da € 16,50 Info e prenotazioni: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.

Categorie RECENSIONI

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