“La grande abbuffata” al Teatro Fontana

10-20 febbraio

LA GRANDE ABBUFFATA

DALL’OMONIMO FILM DI MARCO FERRERI

DRAMMATURGIA DI FRANCESCO MARIA ASSELTA, MICHELE SINISI

SCENOGRAFIA FEDERICO BIANCALANI

DIREZIONE TECNICA ROSSANO SIRAGUSANO

DISEGNO LUCI IVAN DIMITRI PILOGALLO

CON STEFANO BRASCHI, NINNI BRUSCHETTA, GIANNI D’ADDARIO, SARA DRAGO, MARISA GRIMALDO, STEFANIA MEDRI, DONATO PATERNOSTER, ADELE TIRANTE

REGIA MICHELE SINISI

AIUTO REGIA NICOLÒ VALANDRO

PRODUZIONE ELSINOR CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE, TEATRO METASTASIO DI PRATO

Sono presenti scene di nudo integrale

Elsinor Centro di Produzione Teatrale e Teatro Metastasio di Prato presentano il primo adattamento teatrale del film La grande abbuffata, con una drammaturgia inedita firmata dal regista Michele Sinisi e da Francesco Maria Asselta.

Fischiato al Festival di Cannes dalla critica per la sgradevolezza e la volgarità pornografica delle immagini, il film di Ferreri ebbe invece un incredibile successo di pubblico, inusuale se si considera la forza eversiva e antiborghese dei suoi contenuti. 

Le atmosfere di un film controverso di Marco Ferreri, incubatore di temi scomodi e tessitore di incubi che ancora ci riguardano, si riverberano sul palco nella vicenda di quattro uomini liberi e gaudenti che programmano la propria morte in un’orgia di cibo e sesso, diventando potente allegoria di una società votata all’abbuffata indiscriminata di informazioni, di prodotti, di opinioni, di fatti, di realtà divorata dal virtuale e viceversa. Uno spettacolo fisico e catartico che matericamente ci conduce a riflettere su bisogno e desiderio e sui fantasmi della noia e dell’impotenza.  

Insieme a Francesco M. Asselta, il regista Michele Sinisi opera una riscrittura della sceneggiatura originale costruendo un sovrabbondante ipertesto scenico tramato di tensioni e contraddizioni, come il nostro presente che pare destinato alla consumazione compulsiva e in cui i corpi/organismi sembrano poter riprendere possesso del presente solo tornando ad una esistenza puramente fisiologica.

Su una scena scarna e postindustriale, in cui si allestisce la grande soirée/la grande bouffe su un tavolo da obitorio, tra una cucina rudimentale e celle di acciaio a ospitare corpi in esposizione, assistiamo ad una contaminazione continua tra palco e platea, ad un’iperproduzione di segni e

linguaggi diversi in cui fanno incursione video, file audio pescati dalla rete, jingle pubblicitari in una continuità che ne annulla i significati.

Un’esplorazione parossistica dell’osceno che dialoga ironicamente con la narrazione televisiva, la fiction, la pornografia dell’immagine e, in sintesi, con il nostro presente.

E così i personaggi che abitano la scena entrano ed escono dalla parte, mettono in discussione la trama, fanno e disfano battute, improvvisano ricordando allo spettatore di essere prima di tutto attori, impegnati in una ricerca creativa che va ben al di là della semplice finzione.

Partendo dal presupposto che il teatro debba prima di tutto curiosare nella zona della verità ed essere specchio del presente – per dirla con il regista – Michele Sinisi allestisce lo spettacolo proprio sulla scia dell’esperienza vissuta negli ultimi mesi: “Durante il lockdown sono saltati i confini del concetto di rito – afferma Sinisi – ricominciare come se nulla fosse successo è impensabile. Abbiamo accettato la violenza del teatro in streaming e non ci siamo resi conto che l’assenza del teatro era il teatro stesso. A questo punto per me si è reso necessario ripensare al linguaggio teatrale ed esplorare nuovi codici comunicativi”.

NOTE DI REGIA:

“La Grande abbuffata è un racconto umano e artistico nel senso più concreto. Gli interpreti dello spettacolo sono, come nel film, presenti coi loro stessi nomi, per chiarire ulteriormente il risvolto umano dell’opera sul pubblico, così come volle Ferreri. L’obiettivo dell’autore era farne lo specchio del tempo, in cui la società occidentale evidentemente mostrava i segni dello sgretolamento, in cui la struttura storica e le radici del suo stesso pensiero conclamavano il principio della fase dissolutoria. Tutto questo è passato non però attraverso una narrazione pedante, moralizzante, né tantomeno per il tramite di una provocazione esibita in modo pretestuoso e gratuito. Il calore dell’amicizia permette ai quattro personaggi di condividere l’aspetto primordiale della vita ch’è semplicemente il sentirla al cospetto della morte, il momento della reale libertà di ognuno. Quella sicurezza, quella bellezza dello stare assieme senza giudizi, permette loro di riappropriarsi del presente in totale contatto con gli aspetti fisiologici della nostra esistenza: mangiare e fare sesso. In questo patto tra i quattro si assiste a ciò che il mangiare e il sesso sono già diventati per la società dell’epoca (si parla del 1973): hanno chiaramente assunto una funzione diversa dal naturale ruolo nutritivo e riproduttivo, son divenuti culturalmente segni opulenti dell’attestazione del potere, del desiderio di conquistare la vita e di comandarla, di governarla in assoluto governandone anche la fine. Questa relazione è metafora di un’abbuffata progredita oggi, ad esempio, nella consuetudine con cui un reportage su catastrofi naturali, su fatti di cronaca sconvolgenti, sono intervallati da pubblicità di prodotti di consumo e subito dopo da richieste di aiuto per popolazioni del terzo mondo da parte di onlus che fatturano a 7 zeri grazie all’offerta catartica per il nostro senso di colpa. Questo, oggi come allora, avviene ad una velocità e con uno stordimento tali per cui l’aspetto fisiologico cede il passo ad un ingurgitare ansioso e inquieto. Si è schiacciati dalle nostre possibilità, la spettacolarizzazione dell’esistenza riflette all’infinito le opportunità di scelta rendendoci privi di fondamento naturale. La voglia e il desiderio indotto dal sistema culturale annullano ogni contatto con l’esistenza fisiologica, così come tra azione e responsabilità, e si vive in una bolla per cui il dolore e la necessità dell’aria, quanto l’amore e il sesso, diventano occasioni rivoluzionarie difficili da gestire tanto quanto il mistero del primo vagito di un neonato. Arriviamo alla teorizzazione dell’attimo e del principio di ogni agire, abbracciando un’ignoranza vitale e biologica tale per cui l’istinto selvaggio sbocca in un accumulo mostruoso e autodistruttivo di ogni frammento di accadimento panico.”

La scena è lo spazio per l’esperienza che i quattro amici hanno deciso di vivere. Il piacere assoluto del mangiare e del sesso è tale per cui la vita stessa di ciascuno non può sopportare tanta conoscenza. È il corpo a riprendere possesso del presente, lì dove la testa è arrivata ad invadere ogni spazio vitale. Il sapere dell’essere umano mi interessa per il modo con cui coinvolge il corpo nel momento della sua stessa trasmissione, nell’atto della condivisione di ciò che si è imparato e s’è capito. C’è un punto in cui il corpo e la mente vivono insieme la consapevolezza di ogni istante che passa. Forse lì si nasconde il naturale senso del tutto, che da quando abbiamo cominciato a ragionare ci fa dire Dio, fortuna, destino, speranza, paura e felicità e altre parole simili.
Michele Sinisi

TOUR 2022:

25-27 febbraio, Teatro della Tosse, Genova

2-6 marzo, Teatro Basilica, Roma

ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA:

“La regia di Sinisi ha qualcosa di tattile, è simile ad una pittura materica in cui viene la voglia irresistibile di toccare i vortici, le volute grumosità del colore. Dipinge il testo scenico usando le mani, e con gusto, ha già un’immediata dimensione gastronomica il suo approccio al teatro, ed è per questo motivo che ha trovato un’affinità elettiva con il film di Ferreri. La sfida sulla carta poteva apparire tutta in salita, tradurre il cinema in teatro, e che cinema, surreale, ventrale, dinamitardo, ma il regista è riuscito decisamente a vincere la partita reinventando un linguaggio drammaturgico in grado di contenere l’essenza stessa della grande abbuffata.” (D.Caravà, MilanoTeatri)

“Nell’esasperare tutto ciò che interpretano gli attori mantengono comunque un elevatissimo grado di consapevolezza e – paradossalmente – controllo, dando corpo a una costruzione scenica attentissima e accurata che proprio grazie a questo rende teatralmente efficace il rutilante caos grottesco che compone la messa in scena.” (C. Palumbo, Cultweek)

“In scena c’è la nostra civiltà (o meglio, quel che ne resta) che tenta di riappropriarsi delle funzioni vitali del corpo per reagire a uno stordimento, più “digitale” che televisivo, ma che appare condannata da un’incapacità ormai conclamata di gestire gli istinti, diventati meri e pericolosi scopiazzamenti di ciò che vediamo in rete.”  (V. Bonaventura, La Gazzetta del Sud)

“La pièce riesce splendidamente a far propria e a rileggere la volontà di Ferreri di produrre un’opera fisiologica, con al centro elementari istinti, dettati non da una reale necessità, ma da un’ottusa e cieca fame di ogni cosa che determina nei protagonisti un sentimento che chiamare tedium vitae è forse troppo nobilitante. L’effetto finale che colpisce lo spettatore è quasi un senso di nausea amplificato del verso prodotto dall’ultimo dei commensali in vita, mentre si abbuffa fino alla morte.”   (T. Romano, Birdmen Magazine)

 “La grande abbuffata” è soprattutto uno spettacolo sul teatro. Quello come luogo fisico dove confluiscono presenze, sguardi, emozioni e calori. Quello che rifiuta streaming e piattaforme online. Altrimenti il prezzo è morire ibernati: come nella cella in plexiglass costruita da Biancalani, gigantesco cubo di ghiaccio che ingabbia un raggelato Donato Paternoster.
Troppa carne al fuoco? È lo stile di Sinisi. Soprattutto, è “La grande abbuffata”. (V. Sardelli, Krapp’s Last Post)

“Fedele alla propria cifra stilistica Sinisi propone un lavoro dove la componente metateatrale risulta significativa attraverso l’interazione continua tra scena e platea, con anche una serie di riferimenti alla bulimia tecnologica che ha segnato l’oblio del corpo in questa ultima difficile annata. Schermi che proiettano immagini a getto continuo e jingle pubblicitari, in una sovrapposizione di immagini e saperi inutili, fanno infatti da sfondo alla messinscena che promette coinvolgimento del pubblico e un’esperienza, questa volta finalmente, teatrale in senso pieno.” (Corini, Milano Free)

BIGLIETTERIA

Teatro Fontana

Via Gian Antonio Boltraffio 21, Milano

02.6901 5733

biglietteria@teatrofontana.it

Si ricorda che l’accesso agli spazi del teatro è consentito solo al pubblico munito di green pass rafforzato, fatta eccezione per i bambini fino a 12 anni.

Mar-sab ore 20.30
Dom. ore 16.00

PREZZI

Intero 21 €

Giovedì sera 17 €

Convenzioni 17 €

Over 65 / Under 14 10 €

Under 26 15 €

Teatro in Bici 15 €

Gruppi scuola 9 €

Prevendita e prenotazione 1 €

Per prenotazione gruppi scuola scrivere a teatroscuola@teatrofontana.it

www.teatrofontana.it

Ufficio Stampa Teatro Fontana

Martina Parenti

stampa.fontana@elsinor.net

Categorie comunicato stampa

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