“Io, Moby Dick” all’MTM Teatro Litta – Recensione

DAL 9 AL 19 DICEMBRE – TEATRO LITTA – MILANO

IO, MOBY DICK progetto e regia Corrado d’Elia

liberamente ispirato a Moby Dick di Herman Melville
con Corrado d’Elia
ideazione scenica e grafica Chiara Salvucci
tecnico luci Christian Laface
tecnico audio Gabriele Copes

RECENSIONE

Messo in scena la prima volta nel giugno 2015, Corrado d’Elia ne aveva programmato la riproposta nel marzo 2020 ma fu costretto a sospenderla a causa della chiusura dei teatri per l’avvento della pandemia del coronavirus. L’ha ripresa in questi giorni al Teatro Litta mantenendo la stessa struttura scenica di sei anni fa.

“Moby Dick” è  uno dei romanzi più noti della letteratura americana dell’Ottocento perché, al di là della sua trama nuda e cruda, da tutti conosciuta (se non altro perché, a ciascuno di noi, pur non avendo letto il romanzo, sarà capitato di vedere almeno uno dei sette film più due miniserie televisive dedicati alla vicenda) è anche uno dei romanzi più studiati per la sua particolarità di scrittura essendo così ricco di digressioni, simboli e considerazioni filosofiche, scientifiche e religiose da farlo diventare un nuovo modo narrativo della letteratura.

Corrado d’Elia non si è voluto sottrarre a dare la sua versione del romanzo e ne ha voluto scrivere una sua sceneggiatura (che andrà ad arricchire la serie dei suoi album)

Come d’abitudine nella serie degli album, egli è il mattatore unico della scena, in questo caso ridotta all’essenziale ma ricca di simboli: la sabbia sul pavimento che richiama il mare, Nove cannocchiali (o arpioni?) che lo circondano e si allungano per poter vedere meglio il lontano dove potrebbe trovarsi Moby Dick, una zattera che funge da nave, un sedile dove l’attore rimane seduto durante la recitazione e un microfono usato per diffondere la sua voce (e meglio urlare la sua rabbia): il suo navigare sulla baleniera Pequod non è più finalizzato a catturare balene e capodogli ma a cercare la sua nemica  che gli ha amputato la gamba. La sua è brama di vendetta, che diventa sempre più ossessiva, ma che invece non avrebbe ragione d’essere, perché l’animale che l’ha ferito lo ha fatto per difesa: è nella natura delle cose. Ma lui non considera la cosa in questi termini: Moby Dick è per lui quasi una persona umana, suo nemico, che deve combattere perché gli ha fatto del male.

A inizio dello spettacolo, con il sipario chiuso, si ascoltano rumori del mare e grida di balene insieme a una musica che è una sorta di ouverture e che si ascolterà ancora, in frammenti, per tutta la durata dello spettacolo, quasi a voler fare da stacco fra un capitolo e l’altro del racconto. La musica, molto d’effetto, anche perché cambia di intensità nei vari momenti dello spettacolo, quasi a fare da supporto alla drammaticità degli avvenimenti narrati, è un remix di un brano del gruppo musicale francese Era, costituitosi verso la fine del Novecento, e che si ispira a canti gregoriani. Il brano in questione, remixato in diverse tonalità, è la “Sinfoni Deo” che si ispira all’Ave Maria del russo Vladimir Fedorovic Vavilov, vissuto del secolo scorso e che amava firmarsi con vari nomi di compositori rinascimentali e barocchi (in questo caso assunse il nome di Giulio Caccini).

Il testo teatrale, come il libro, è pieno di simboli che vanno interpretati: il più immediato è costituito dal tema della lotta dell’uomo contro la natura, in questo caso rappresentata dalla balena, e della sua smania di andare il più lontano possibile per conoscere sempre di più, deturpando però le dinamiche della natura stessa che alla fine le si rivolterà contro. L’uomo, che vuole essere padrone assoluto su tutto, non si accorge che in realtà riduce la sua statura mentale di essere umano. L’impoverimento dello spirito è ravvisabile proprio da quella che dovrebbe essere una nave (la Pequod) che qui è rappresentata da una zattera, dove si avverte il declassamento dell’animo umano.

Un elemento essenziale, che si ravvisa sempre nei quaderni di d’Elia, è costituito dal far precedere il nome del protagonista dal pronome “Io” che sta a significare una forma identificativa dell’attore con il personaggio interpretato. In questo caso d’Elia non si identifica con il narrante Achab ma con Moby Dick. È forse l’ammissione di aver capito di essere il meno forte e quindi quell’”io” iniziale sta a significare il desiderio di sostituirsi alla balena in quanto, anche se fa di tutto per distruggerla, sa che è lei la più forte? Come dire che l’uomo non vuole più chiamarsi Achab ma vuole essere Moby Dick e la ricerca dell’annientamento dell’animale è il fine che  intende perseguire per la nuova affermazione del sé?

In “Io, Moby Dick” d’Elia si è dimostrato ancora una volta il grande istrione che tutti conosciamo, infondendo nel suo raccontarsi (in questo caso nei panni di Achab) passione e poesia senza risparmiarsi e calamitando l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine.

Teatro pieno e numerose chiamate alla prima.

Visto il 09.12.2021

(Carlo Tomeo: diritti riservati)

Teatro MTM Litta

Da martedì a sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30

Info e prenotazioni: biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45

obbligo di Green Pass e mascherina chirurgica o FFP2

Categorie RECENSIONI

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