“Carmen” Teatro alla Scala – Recensione

© Brescia/Amisano _ Teatro alla Scala

Ho assistito il 25 giugno scorso alla penultima recita della Carmen firmata da Damiano Michieletto e diretta da Myung-Whun Chung. Si tratta di un nuovo allestimento della produzione del Teatro alla Scala in co-produzione con il Royal Opera House Covent Garden di Londra e il Teatro Real di Madrid e che aveva debuttato il 5 aprile 2024 a Londra.

La messa in scena di Michieletto si è distinta per una serie di valutazioni negative che si sono scontrate con giudizi più positivi dividendo gli ammiratori dell’opera di Bizet in due fazioni i cui echi maggiori hanno occupato in particolare il mondo dei social. Le maggiori critiche si sono concentrate principalmente sulla scelta minimalista della scenografia di Paolo Fantin considerata poco folkloristica, almeno secondo la tradizione, e per l’ambientazione che colloca la vicenda negli anni settanta del secolo scorso dove i costumi (di Carla Teti) ricordano poco il clima di svolgimento della storia come l’avevano immaginata Bizet e Henri Meilhac e Ludovic Halévy e che fa ancora parte dell’immaginario collettivo. Qualche rilievo è stato stato mosso a alcune prestazioni attoriali di parte del cast, in particolare nei confronti della protagonista, Clémentine Margaine, e qui mi sento in dovere di aprire un discorso riguardante proprio la sua recitazione. I maggiori appunti sono stati rivolti a una sua scarsità di sensualità, elemento essenziale del personaggio passionale e voluttuoso di Carmen, e a un debole dinamismo nei movimenti. A difesa della mezzosoprano, avendo seguito l’opera anche in televisione, ho colto in lei, attraverso i primi piani, sguardi intensi e provocanti propri di quella sensualità che ai più sembrava carente. Per quanto riguarda l’azione fisica occorre riconoscere che essa in alcuni episodi si è dimostrata un po’ discontinua ma non classificabile negativa tout court perché in più punti essa è stata pregevole. Per quanto riguarda la prestazione vocale ne scrivo a seguire.

Aldilà della cronaca, che lascio ai social, passo a trattare i punti essenziali dell’opera vista e che per diversi aspetti ho apprezzato mentre per altri ammetto di conservare qualche riserva.

La Carmen di Michieletto, prima di essere una vicenda di amore tormentato che finisce nella tragedia, è una storia il cui tema principale sembra essere il femminicidio dove il protagonista è Don Josè che non accetta che l’amata sia libera di lasciarlo per inseguire un nuovo amore. A introdurre il tema, prima ancora della parte cantata, è la figura di una donna vestita completamente a lutto distributrice della carta della morte prelevata dal mazzo dei tarocchi che incombe al termine dei quattro atti e che potrebbe raffigurare simbolicamente la madre di Don Josè. Questo darebbe un significato alla psicologia dell’uomo che secondo il regista nelle note di presentazione dell’opera così è da lui descritto: “Don Josè è un innamorato. Commette un femminicidio, uccidendo la donna che ama, perché è infantile, un bambino che non si è liberato dei modelli che impongono un codice di condotta: non si è liberato di sua madre che non solo glieli impone come dovere morale, ma glieli propone come strada di affermazione identitaria”. La donna, che appare anche all’inizio dell’opera quando i personaggi non sono ancora giunti in scena, indica il clima cupo che si respirerà per tutta la recita in contrasto anche con le note trascinanti dei preludi del primo e quarto atto oltre alle arie più briose presenti nei primi due atti. Mi piace pensare infine che la figura, più che rappresentare un umano, sia l’immagine simbolica della morte stessa che si rivela a colei che sarà la sua prossima vittima per ricordarle l’ineluttabilità del destino che l’attende.

L’ambientazione scelta dal regista è quella di un campo da far west sul quale sono collocate quattro strutture, una per ogni atto, poste lateralmente e su una pedana girevole. Questo permette di avere uno spazio abbastanza largo in modo che i numerosi personaggi e il coro possano trovare posto agevolmente, riempendolo per intero. Essendo le strutture poste sul lato sinistro si pone però il problema della visibilità da parte di chi occupa palchi e gallerie su quello stesso lato.

Com’è noto la Carmen appartiene al genere dell’opera-comique che contiene dialoghi parlati alternati a romanze, a duetti e a concertati. Michieletto, pur lasciando parte dei dialoghi conosciuti anche come recitativi secchi, ha scelto di ridurli in buona parte per rendere più scorrevole la parte cantata. La parte più interessata alla rappresentazione, forse per renderla meglio realistica, contiene a mio giudizio qualche eccesso: per esempio mi è parsa infatti risibile la scena in cui soldati “allupati” si affannano intorno a Micaela per trattenerla e cercano di sollevarle la gonna come se non si trovassero in un luogo dove non mancano belle sigaraie sicuramente più disponibili. Più credibile invece è quella in cui Micaela, ancora lei, nel covo dei contrabbandieri si impossessa del fucile per difendersi nel caso dovesse essere scoperta. La maggiore libertà Michieletto se la è concessa nella modifica della modalità di assassinio di Carmen in quanto la morte per strozzamento è di difficile simulazione per chi la subisce perché occorre una mimica prolungata con tutto il corpo non risolvibile in una manciata di secondi e è possibile solo grazie a una prestazione di non comune resa drammatica. Altra cosa è l’uccisione come l’avevano immaginata i librettisti in cui il corpo soccombe subito stramazzando al suolo.

Myung-Whun Chung è stato il più applaudito della messa in scena, particolarmente durante l’intervallo e naturalmente al termine. Aldilà della scelta di ambientazione della regia, i momenti di maggiore rilievo della sua direzione si sono rivelati essere quelli in cui fosse più incisiva un’impronta musicale spagnola specialmente nella ouverture del primo atto che rappresentava quasi una presentazione dello stato di grazia in cui si trovava l’orchestra. A un possente inizio, proprio dell’aria della corrida, ha fatto seguito quella della romanza del toreador terminante poi nelle note del motivo del destino che attraverserà poi per tutte le fasi della recita rappresentando il leit-motiv della tragica vicenda. Capacità espressive e doti di non comune sensibilità hanno dato vita a colore e melodia che si sono unite in una direzione dalla lettura di grande pregio. Ottime, come sempre, le prestazioni del Coro del Teatro alla Scala e quello delle voci bianche diretti dai Maestri Alberto Malazzi e Brunella Clerici.

La mezzosoprano Clémentine Margaine è da oltre 13 anni interprete abituale di Carmen essendosi esibita in vari teatri a livello mondiale proprio in questo personaggio. Della sua presenza scenica mi sono già espresso. Vocalmente ha una voce che si è dimostrata un po’ inferiore alle aspettative: sia nell’Habanera che nella Seguidille non ha ricevuto gli applausi consueti che in genere vengono tributati a queste romanze. Non si è distinta neanche nella Chanson bohème cantata all’inizio del secondo atto con Carmen e Frasquita, nonostante il crescendo delle tre strofe servito peraltro dall’ottima direzione orchestrale. Nel quintetto Nous avons en tête une affaire ha reso meglio anche grazie al fatto che la sua voce si amalgamava bene con quattro partner e qui il concertato ha ottenuto un applauso. Decisamente migliore è stata la resa nelle parti drammatiche: buona la scena delle carte del terzo atto e riuscito il duetto finale.

A riscuotere gli applausi più convinti è stato il tenore Vittorio Grigolo. Il suo Don Josè è un personaggio che si muove in un crescendo emotivo che parte da una forma quasi adolescenziale di attaccamento materno a una passionalità che lo renderà schiavo. Il duetto con Micaela del primo atto in cui ricorda la madre con affetto è una delle pagine liriche più belle dell’opera e lui lo ha reso molto toccante insieme al soprano Slávka Zámečníková. La sua vocalità che unisce bellezza a tecnica ben dosata ha brillato poi ancora di più nella romanza La fleur que tu m’avais jetée che è stata, con ovazioni, la più applaudita in assoluto. Ottimi anche sia vocalmente che scenicamente i suoi interventi negli ultimi due atti.

Giorgi Manoshvili (Escamillo) dal buon timbro vocale, è stato, nonostante un paio di acuti sovra tono, più espressivo vocalmente che non scenicamente. Sláva Zámečníková, dalla voce nitida e bene impostata, ha sostenuto il ruolo di Micaela e, insieme a quelli riportati da Grigolo, ha riportato gli applausi più convinti con la sua romanza Je dis que rien ne m’épouvante.

Ben affiatati e vocalmente ineccepibili gli altri artisti in scena: Marine Chagnon (Mercédès), Sarah Dufresne (Frasquita), Pierre Doyen (Le Dancaïre), Loïc Félix (Le Remendado) che insieme alla protagonista sono stati eccellenti nel quintetto del secondo atto. Ottimi anche Xhieldo Hyseni e Simone Del Savio, rispettivamente nelle parti di Zuniga e Moralès.

Vista il giorno 25 giugno 2026

(Carlo Tomeo)

Teatro alla Scala – Stagione 2025/26
CARMEN
Opéra-comique in 4 atti Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
da Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet
(Ediz. Proprietà Fondazione Teatro alla Scala)
Carmen Clémentine Margaine
Don José Vittorio Grigolo
Escamillo Giorgi Manoshvili
Micaela Slávka Zámečníková
Zuniga Xhieldo Hyseni
Le Dancaïre Pierre Doyen
Le Remendado Loïc Félix
Frasquita Sarah Dufresne
Mercédès Marine Chagnon
Moralés Simone Del Savio

Nuova produzione Teatro alla Scala
in coproduzione con The Royal Opera House Covent Garden di Londra e Teatro Real di Madrid
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala

Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del coro Alberto Malazzi
Maestro del Coro di voci bianche Brunella Clerici
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Direttore di scena Davide Battistelli
Direttore allestimento scenico Franco Malgrande
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgia Elisa Zaninotto
aiuto regista Federica Stefani

Categorie RECENSIONI

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