“I Mezzalira. Panni sporchi fritti in casa” al Teatro Franco Parenti – Recensione

© Enzo Maniccia

Una saga famigliare ambientata in Sicilia e che attraversa tre generazioni. È quella di Santo e Crocifissa Mezzalira che già nel nome sembra che abbiano impresso il loro destino. Sono poveri operai addetti alla raccolta delle olive nei campi del ricco e famelico Don Cataldo e che, a seguito di un accadimento improvviso che li coinvolgerà in prima persona, lasceranno improvvisamente il paese insieme ai loro figli Pasqualina e Giovannino chiamato Petrosino perché, come il prezzemolo, ha l’abitudine “di stare sempre in mezzo”. A interpretarli sono Agnese Fallongo e Tiziano Caputo nelle vesti dei vari personaggi e Adriano Evangelisti nel ruolo del narratore rappresentato da Petrosino adulto.

L’azione inizia proprio nella città appena raggiunta con mille incertezze e paure da parte della donna che fatica a non pensare al “fatto” accaduto nel paese appena lasciato e che li riguarda direttamente nonostante i diversi tentativi da parte dell’uomo di tranquillizzarla. Intanto i due iniziano un nuovo mestiere. Lui il lustrascarpe per le strade e lei cucitrice nella bottega di una sarta. Con loro vive l’anziana Pitta, madre di Santo, una donna molto attaccata alle tradizione che non ha un buon rapporto con Crocifissa, con la quale litiga spesso, mentre invece è molto legata ai nipoti ai quali ama preparare continue fritture considerate simbolicamente come un tentativo di sfuggire alla miseria. A interpretarne la figura dal taglio comico è lo stesso Tiziano Caputo.

La messa in scena, che parte un po’ in sordina e vede i figli ancora bambini in età scolare, procede poi con un numero consistente di anni attraverso il racconto di Petrosino e prende quindi quota con una serie di azioni che si susseguono a un ritmo fitto e incalzante reso tale dalla preziosa scrittura in cui alcuni termini dialettali sono più pregnanti e significanti dell’italiano e dovuta alla penna di Agnese Fallongo, sapiente autrice del testo che è attento ai particolari, anche a quelli che solo a una poco attenta lettura potrebbero apparire marginali, mentre si rivelano essere fondamentali per discoprire gradatamente il senso della vicenda che assume quasi l’andamento di un giallo. Sono indizi disseminati qua e là che generano supposizioni su quelle che potrebbero essere le motivazioni della fuga della famiglia dal paese di origine e che tuttavia sono confermate o contraddette nel corso della rappresentazione in una suspense che procede serrata.

Al magnifico testo che, più ancora dei due precedenti (L’Agnese va a morire e Fino alle stelle), coglie bene in profondità il significato che dà il nome alla trilogia, si aggiunge una serie di preziosità che lo arricchiscono sia visivamente (scene, luci e costumi tutti ben realizzati con perizia) sia per le musiche composte da Tiziano Caputo il quale ha raggiunto nel campo una nuova personale maestria. Dismessi i classici strumenti che solitamente lo accompagnavano nelle due precedenti opere, qui eccelle nella partitura delle percussioni risolte con una serie di tammurriate prodotte con elementi non a queste esattamente deputati e costituiti dal pentolame o dal piano del tavolo che, eseguite con ammirevoli capacità e sincronismo da tutti e tre gli interpreti, cadenzano ritmicamente i momenti più drammatici del contesto scenico. Sempre densi di espressività sono inoltre gli “a solo” cantati dalla splendida voce di Agnese Fallongo che in più punti si accompagna anche a quella non meno incisiva dello stesso Caputo.

Commedia tragicomica che racchiude in sè dramma e comicità in un insieme in cui l’uno non può prescindere dall’altro perché così accade nella vita e qui questa è rappresentata in pieno nella sua realtà concreta oltre che attraverso una serie di simboli come lo è quello costituito dall’olio ottenuto dalle olive raccolte a fatica per arricchire il padrone mentre nella frittura dei poveri andrebbe evitata per non sprecarlo ma che tuttavia la nonna insiste ad adoperare per i nipoti quasi in una forma di rivalsa come a voler dare loro gli strumenti per superare la miseria. E così sono valide le parole di Santo che è disposto a ogni sacrificio per fare studiare il figlio e fargli raggiungere un’indipendenza culturale che lo potrà rendere libero dai padroni.

Accanto ad Agnese Fallongo e Tiziano Caputo sempre più bravi, è da ammirare la capacità di Adriano Evangelisti di inserirsi perfettamente tra i due in una sorta di sana complicità che il regista Raffaele Latagliata ha diretto con la professionalità che conosciamo in un’impresa corale che include artisti e parte creativa in un unico risultato vincente. Uno spettacolo dal significato profondo che sa far ridere ma anche commuovere e che sarebbe un peccato perdere.

Il pubblico entusiasta ha applaudito con convinzione. Repliche fino a domenica 17 maggio. In calce all’articolo i doverosi crediti e il trailer.

Visto il giorno 13 maggio 2026

(Carlo Tomeo)

scritto da Agnese Fallongo con Agnese Fallongo e Tiziano Caputo e con Adriano Evangelisti – regia Raffaele Latagliata – musiche originali Tiziano Caputo – scenografie Andrea Coppi – costumi Daniele Gelsi – produzione Centro di Produzione Teatro de Gli Incamminati in collaborazione con ARS Creazione e Spettacolo

Agnese Fallongo vincitrice del Premio Franco Enriquez 2023 come miglior attrice nello spettacolo I Mezzalira.

Teatro Franco Parenti Via Pier Lombardo 14 | t. 02.59995206 | biglietteria@teatrofrancoparenti.com

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