
Ho assistito il 19 aprile scorso a “A Cirimonia”, un importante spettacolo svoltosi in un’unica serata al Teatro della Contraddizone e che ha visto in scena Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, due tra i più rilevanti esponenti del nostro teatro. Autore del testo, che risale al 2009 ed è il secondo atto della “Trilogia dell’impossibilità”, è lo stesso Palazzolo e il tema si basa sull’impossibilità di conoscere la verità o, meglio, come recita una battuta della pièce, “Esiste solo una verità ma nessun modo per esprimerla”. Rappresentato in più occasioni in diversi teatri italiani, nel 2020 vinse il Premio dell’Associazione Nazionale dei Critici Italiani.
A introdurre la rappresentazione è la voce fuori campo di una bambina che canta una filastrocca che ripete gli stessi versi, quasi un’ossessione, e accompagna due figure che nella parete di fondo iniziano a indossare gli abiti di scena. Sono “u masculu e a fimmina”, che si preparano a un evento che sta per iniziare e del quale non ricordano la natura. O forse no, a ” u masculu” qualcosa sembra arrivare alla mente sia pure in modo nebuloso. Lui è cieco, sa che sono lì come tutti gli anni alla stessa data e, visto che sopra quella sorta di tavolino che si trovano davanti è presente una torta sulla quale è infissa una candelina accesa, forse il motivo della loro presenza è che dovranno partecipare a una cerimonia. La candelina da spegnere fa pensare che si tratti di un compleanno ma l’abito di lei, così bianco e vaporoso, non può escludere la ricorrenza di un matrimonio.
Lui è nervoso, anche rabbioso nel suo essere coercitivo nei confronti della donna che almeno all’inizio ascolta passiva, pronta a eseguire ordini di cui non comprende il senso. Lei non sa se si trova nel mondo reale oppure in una recita nella quale lei deve interpretare un personaggio e chiede spiegazioni: “So fimmina?” e lui: “Tu sì fimmina e iu sugnu masculu” e poi insiste che, siccome sono lì per festeggiare, bisogna che lei dimostri di essere contenta e che rida perché ridere aiuta anche a ricordare il motivo del festeggiamento. A sostenerla arriva una musica eseguita al pianoforte che le piace e che prosegue in modo ripetitivo quasi fosse desiderosa di un’evoluzione che tuttavia non riesce a raggiungere.
Sono due esseri che non sanno comunicare soprattutto a causa dell’uomo che continua a fare domande che non riescono a ottenere risposte concrete. Eppure lei sembra disponibile ad accontentarlo non fosse altro per evitare i rimbrotti tanto che spontaneamente, allo spegnersi della candelina, canta il fatidico “tanti auguri a te”, peraltro poco apprezzato dall’uomo quando a suo giudizio viene ripetuto a sproposito. A una domanda la donna risponde “Yes” e questo lo allarma “Chi è chissu iè e di unni veni?”
Poi qualcosa cambia. I due si spostano dalla postazione e arretrano verso il fondo della sala nel punto in cui il parterre è sommerso da una coltre di stracci di vari colori tra i quali entrambi vanno a frugare in modo nervoso e con gesti ripetitivi. Cercano due cucchiaini, ne trovano uno, poi, con più fatica, un altro. La donna prende dei fogli di giornali e ne forma una bambola quindi indossa una parrucca diversa e entra in un altro personaggio. In quel momento si diffonde nuovamente la cantilena della bambina: “La mia mammina è incinta. le mie sorelle sono gemelle. Io sono Lola e sono spagnola. Vado a scuola per imparare l’italiano”. È a questo punto che si definiscono meglio i ruoli dei due: lei è un bambino che ama vestirsi da donna, e ha addosso l’abito che forse la mamma morta aveva indossato per il matrimonio. Lui è il padre e i rimproveri e l’asprezza usati nel parlare di prima erano giustificati dal fatto che non voleva che il figlio indossasse abiti femminili. È un’ipotesi, ma forse troppo lineare perché ora i due si scambiano i ruoli. Lui indossa gli abiti femminili e lei quelli maschili. Lo scambio di genere rimette tutto in discussione. E tuttio riparte di nuovo.
Questa (oscura) vicenda, caratterizzata da un detto e non detto, da un tutto e dal suo contrario, lascia aperta la porta a varie interpretazioni mentre mantiene una vena surreale che ricorda l’umorismo di Ionesco e la tragicità di Beckett, e quell’enorme accozzaglia di stracci dove i due si affannano a cercare cose perdute riflette il loro angoscioso disordine mentale. La parte centrale dello spettacolo è costruita su questo gioco grottesco e i personaggi come dice l’autore, “non si sa dove possano andare a parare”. Scopo dei due è la ricerca della verità che può essere conosciuta solo attraverso la memoria che ha a sua volta bisogno di essere stimolata affinché faccia riaffiorare nella mente il passato dimenticato. Ma quel passato possiede davvero la verità? oppure l’indagine non ha senso perché la verità non è raggiungibile?
Un testo originale, impreziosito da una lingua palermitana forte, violenta ma nello stesso tempo poetica, vede i due personaggi come creature colpite da eventi dolorosi i cui segni indelebili sono impressi nelle loro menti e variamente espressi in una sintesi aggiornata al presente di tematiche care per motivi diversi a Pinter e Bernhard. I dialoghi sono fatti non solo di frasi dette e urlate ma anche di pause che sanno essere parlanti nei loro silenzi che esprimono stati d’animo, timori e disagi. Nel frattempo si ride, si piange e si riflette sul perché si ride e si piange.
Il bellissimo intenso spettacolo, interpretato magnificamente, è stato accolto con grande favore da un pubblico accorso numeroso. In calce all’articolo sono presenti i crediti.
Visto il 19 aprile 2026
(Carlo Tomeo)
TEATRO DELLA CONTRADDIZIONE
‘A CIRIMONIA
testo e regia di Rosario Palazzolo
con Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo
musiche Gianluca Misiti
aiuto regia Angelo Grasso
voci registrate di Alberto Pandolfo e Viola Palazzolo
foto Davide Aiello