
Marcos Morau, dopo l’enorme successo riscosso lo scorso anno con “Totentanz” durante la rassegna 2025 di FOG, è tornato in Triennale Milano con la sua Compagnia La Veronal per presentare in prima milanese il suo spettacolo “La mort i la primavera”. Figura di spicco del balletto internazionale, Morau, classe 1982, si è formato tra Barcellona e New York in fotografia, coreografia, teoria teatrale e drammaturgia. I suoi spettacoli sono caratterizzati da universi costituiti da immagini, testi, movimenti, musiche a rappresentare storie e situazioni visionarie e allegoriche, specchio di un mondo sospeso tra il reale e l’immaginario. Dal 2004 dirige La Veronal, compagnia presente nei teatri e nei festival di più di trenta paesi. Lo spettacolo di quest’anno la cui prima assoluta ebbe luogo durante Biennale Venezia 2025, ha per tema la morte e la rinascita e si può idealmente allacciare all’argomento della pièce dello scorso anno dove la totentanz era interpretata come una seduta spiritica e catartica a celebrazione della fragilità della vita e che aveva il pregio di svolgersi, per un maggior coinvolgimento del pubblico, prima nella hall e poi nel salone d’onore.

“La mort i la primavera” si ispira al libro omonimo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda scritto nel corso di circa vent’anni e pubblicato postumo nel 1989 e tradotto in italiano nel 2004 da Amaranta Sbardella per la Sellerio. Narra la storia di due amori in un paese agreste di fantasia che ricorda vagamente un’ambientazione da saga medievale. Il primo è quello di un giovane il cui padre si è ucciso e che ha una relazione con la matrigna da cui ha avuto una figlia, ragazza odiata nel paese perché frutto di un legame irregolare. Il secondo è quello del figlio del fabbro del villaggio che vive sotto un’ossessiva protezione familiare e che un giorno si sveglia alla primavera, cioè all’amore. Un racconto simbolico contro l’oppressione per come poteva essere subìta da persone deboli e isolati.

Morau non intende però riproporre la trama del testo della Rodoreda per come è, ma lo utilizza come traccia di un mondo arcaico e violento. “Non volevo illustrare il romanzo né tradurlo scena per scena” dichiara nel programma di sala, “Ho preferito lavorare sulla sua atmosfera, sulla sua logica interna, sulla traccia che lascia nel corpo di chi legge” E in effetti la cupa ambientazione è quella che più di tutto inquieta fin dall’inizio con un organo sul fondo che suona una musica solenne che unisce il sacro al profano mentre spari di una mitragliatrice e forti percosse su tamburi scesi dall’alto sono forieri di bellica ferocia ai quali si aggiunge il luttuoso intervento di una campana.

Si espande un canto che simbolizza un inizio di stagione. I versi ripetono “Beve dalla bocca, mangia tralicci, soffia il vento, odora la terra”. La voce è quella di Maria Arnal dalle notevoli corde vocali che uniscono forza espressiva a rara estensione e tali resteranno per tutta la rappresentazione. A descrivere l’ambiente azioni e oggetti vari vengono prodotti in scena quali un pianoforte, fascine di rami, corde, una camionetta dalle diverse funzioni, lumini accesi e una lampada più grande che cerca malamente di fare luce nella fitta oscurità. Alcuni personaggi strisciano sul pavimento e subiscono percosse perché ritenuti colpevoli di qualche peccato. I performer si muovono a scatti, con tratti nervosi che ricordano alcuni movimenti del flamenco o girano vorticosamente su se stessi tale da simulare una sorta di danza derviscia che contiene da una parte un rito propiziatorio e dall’altra una forma di obnubilamento di quanto avviene in una realtà sofferta. Si vede una donna incinta che deve rimanere intoccabile fino allo sgravamento, simbolo di una cultura popolare ancestrale. Da una cassa viene estratto uno scheletro al quale si cerca di infondere nuova vita. Sul fondale l’alto fusto di un albero ha una cavità dove una donna viene inserita per impedire che l’anima fugga e si estingua insieme al corpo.

A un certo punto dall’alto sono calati grossi sacchi di iuta che vengono poi depositati sul proscenio. Dalla loro forma si presume contengano cadaveri e qui è possibile intuire un riferimento a quella che è chiamata cronaca del potere che parla dell’oggi senza nominarlo e che per tale motivo è anche più impegnativa perché necessita di decodifica. E sulla resa coreografica di tale concetto simbolico è ancora Morau che, interpellato in proposito, spiega nelle note di presentazione “Se un’immagine diventa troppo chiara, troppo ‘bella’, troppo risolta, perde utilità. La scena deve restare in uno stato di tensione, come un organismo che non si stabilizza mai del tutto: È in questa instabilità che può emergere qualcosa di vivo”.

L’imponente scenografia costruita da Max Glaenzel insieme ai ragguardevoli effetti luce di Bernat Jansà sono elementi di base sostanziale per creare l’ambiente ideale dove si svolgono le ritualità legate alle cerimonie di una comunità arcaica i cui riti iniziatici alla virilità convivono con quelli funerari e di condanna per colpe commesse con le relative punizioni. Il libro di Rogoreda, definito dalla scrittrice stessa “un romanzo d’amore e di solitudine infinita” non offre spazio a una soluzione catartica. Marcos Morau, invece, con un elemento coreografico affascinante, fa sorgere alla fine la primavera che con la prima milanese ha coinciso con la nascita da calendario della stagione. La rappresentazione formalmente splendida sotto diversi punti di vista e acuta allegoria della capacità dell’arte di affrontare l’angoscia del ciclo distruzione e creazione, è stata accolta con molti e prolungati applausi con ovazioni e ripetute chiamate dei bravissimi performer, doverosamente citati in calce insieme a tutti i crediti. In fondo all’articolo è presente anche il trailer dello spettacolo.
Visto il giorno 21 marzo 2026
(Carlo Tomeo)
Marcos Morau/La Veronal
La mort i la primavera
di: La Veronal / concept e direzione artistica: Marcos Morau / direzione di produzione: Juanma G. Galindo / coreografia: Marcos Morau in collaborazione con i performer / performer: Maria Arnal, Lorena Nogal, Marina Rodríguez, Shay Partush, Núria Navarra, Jon López, Valentin Goniot, Ignacio Fizona Camargo, Fabio Calvisi / consulenti artistici e drammaturgici: Roberto Fratini, Carmina S. Belda / assistente alla regia: Mònica Almirall / assistente coreografico: Shay Partush / direzione tecnica e progettazione luci: Bernat Jansà / stage management, scenografia e effetti speciali: David Pascual / sound design: Uriel Ireland / musica originale: Maria Arnal / scenografia: Max Glaenzel / costumi: Sílvia Delagneau / produzione e logistica: Cristina Goñi Adot, Àngela Boix / assistente luci: Víctor Cuenca / assistente tecnico e macchinista: Mirko Zeni / una produzione di: La Veronal, Teatre Nacional de Catalunya, Biennale Danza di Venezia 2025, Centro Danza Matadero de Madrid / con il supporto di: INAEM – Ministerio de Cultura de España e ICEC – Departament de Cultura de la Generalitat de Catalunya / La Mort i la Primavera è una coproduzione di La Veronal e Teatre Nacional de Catalunya in collaborazione con La Biennale di Venezia e Centro Danza Matadero Madrid / con il supporto di: INAEM – Ministerio de Cultura de España, ICEC – Departament de Cultura de la Generalitat de Catalunya – ©Silvia_Poch
durata: 75’
