
Il palcoscenico è illuminato da un grande fanale abbagliante rivolto verso la sala. Poi, con l’attenuarsi della luce, si coglie la scena in penombra, deserta, tranne una pedana che si erge sul fondale destinata, si scoprirà, a due persone di cui si intravedono le fattezze e che produrranno musica per tutta la pièce. Quindi tre donne iniziano a prendere possesso dello spazio, ciascuna delle quali avrà molto da raccontare. Attraverso i sovratitoli che appaiono in alto viene appresa la drammaticità del loro narrare che non può non lasciare sgomenti. Sono le eccezionali Zena Moussa, Tenei Ahmad e Rania Jamal. Le prime due sono native dell’Etiopia da dove erano arrivate poco più che adolescenti per essere assunte come lavoratrici domestiche presso famiglie benestanti libanesi. Le rosee aspettative con le quali le emigranti avevano affrontato il viaggio si scontrarono presto con la dura realtà. Infatti, a causa del sistema della Kafala, una forma di schiavitù moderna riguardante i minori, l’accoglimento da parte dei datori di lavoro fu tutt’altro che favorevole: passaporto confiscato, telefono sequestrato, vestiti strappati, capelli tagliati, cibo ridotto all’essenziale quanto bastava appena per la sopravvivenza, Un’unica stanza che fungeva contemporaneamente da camera da letto, bagno e luogo per mangiare. La loro storia viene raccontata insieme a quelle di altre donne che ne hanno vissuto di analoghe come quella particolarmente dolorosa di una figlia che narra la vicenda della propria madre la quale, dopo essere rimasta incinta a seguito di una violenza subìta, l’aveva abbandonata per strada dopo averla partorita. Lo stupro, infatti, era un’ulteriore drammatica esperienza alla quale quelle donne erano soggette.

Tra linguaggio della voce e danza, arricchito da musica e canti originali, lo spettacolo si svolge in circa un’ora di performance che scuotono gli animi. Il coreografo e regista Ali Chahrour lo ha creato ispirandosi a fatti reali accaduti nel settembre 2024 quando l’esercito israeliano bombardò alcune zone di Beirut e le famiglie benestanti fuggirono dal paese abbandonando le lavoratrici domestiche che erano al loro servizio. Molte di queste morirono sotto i bombardamenti mentre altre cercarono di mettersi in salvo sulla costa dove ebbero modo per la prima volta di vedere il mare (da qui il titolo dello spettacolo). Nonostante i soprusi, gli abusi e le traversie due di loro sono ora in scena. Una si era sposata, aveva avuto un bambino che, dopo la separazione dal marito, non aveva visto per oltre due anni tanto da dover ricorrere a un sotterfugio per poterlo vedere purtroppo sotto mentite spoglie. L’altra ha due figlie grandi che ora sono universitarie e un bambino di cinque anni non nato da lei ma da un’altra donna che, non potendolo tenere, glielo aveva affidato. Adesso svolge il suo lavoro ordinario fino alle 11 e dopo si sposta in teatro per le prove dello spettacolo che ora sta rappresentando.

Per la drammaturgia dello spettacolo Ali Chahrour ha scelto la coreografia, genere a lui più congeniale, perché la funzione della danza è quella di, sono le sue parole, “recuperare la dignità del corpo, quello presente e quello assente”: la memoria di atti di schiavitù e la ricerca della libertà rappresentate dalle singole performer diventano in questo modo memoria collettiva e si fanno atto di denuncia. È una coreografia che ha dell’essenziale, fatta di gesti che rappresentano il quotidiano proprio del mestiere al quale sono assoggettate ma, nello stesso tempo, contengono guizzi di ribellione appena percettibili, il tutto mescolato agli affascinanti suoni, ora dolci ora prorompenti, dovuti ai disparati strumenti musicali suonati dal bravissimo Abed Kobeissey e alla pregevole, eccellente voce della cantante Lynn Adib. Straordinario anche l’apporto luci disegnate da Guillaume Tesson.
C’è un lungo momento della performance che, iniziato quasi in sordina, diventa trascinante acquisendo quasi le caratteristiche di un rito tribale dove una delle tre performer cade in uno stato catatonico. La musica si fa sempre più possente e con essa travolge interamente la scena. È questo il momento più esaltante e spettacolare dell’intero spettacolo.

Al termine l’accoglienza da parte del pubblico è stata molto calorosa e ripetute sono state le chiamate in proscenio con applausi anche ad Ali Chahrour presente in sala e salito poi sul palcoscenico a raccogliere gli elogi.
Visto il giorno 11 marzo 2026
(Carlo Tomeo)
When I Saw the Sea regia e coreografia: Ali Chahrour / interpreti: Zena Moussa, Tenei Ahmad, Rania Jamal / musica composta ed eseguita da: Lynn Adib, Abed Kobeissy / assistente alla regia e alla coreografia: Chadi Aoun / disegno luci e direzione tecnica: Guillaume Tesson / assistente alla direzione tecnica: Pol Seif / progettazione del suono: Benoît Rave / scenografia: Guillaume Tesson, Ali Chahrour / responsabile della comunicazione: Chadi Aoun / fotografia: Lea Skayem / progetto grafico: Christina Atik / revisione testi: Hala Omran / traduzione dei testi in francese: Marianne Noujeim / produzione: Ali Chahrour / responsabili di produzione: Christel Salem, Chadi Aoun / coprodotto da: Le Festival d’Avignon, Ibsen Scope, HAU Hebbel am Ufer, Berlin, Arab Fund for Arts and Culture (AFAC), Al Mawred Al Thaqafi, deSingel Antwerp, Domino Zagreb, Perforations Festival, Holland Festival, Zürcher Theater Spektakel, Al Madina Theater / con il supporto di: Beryte Theater, L’Institut Français de Beyrouth, Wicked Solutions, WASL Productions, Beit el Laffé, Raseef, Beirut, Houna Center, Orient 499 / ringraziamenti speciali: Kafa, Megaphone, Daraj Media, Hammana Artist House, Zoukak Theatre, Seenaryo, Mohana Ishak, Hussein Hajj, Abdallah Hatoum, Anthony Sahyoun, Ali Khedr, Eric Deniaud, Chrystèle Khodr, Raymond Zakaria, Hind Hamdan, Viany Ngemakoue, Sophie Ndongo, Jouma Fayé, Mariam Sesay, Sarie Teshome, Aisha Temam, Raheel Teshome, Mihret Birhane, Laurentine Mbekati
Triennale Milano Teatro – Viale Alemagna 6 – Milano
11 marzo – ore 19.30
“When I Saw the Sea” di Ali Chahrour
prima italiana
durata: 70
spettacolo in arabo, amarico e inglese con sovratitoli in italiano e inglese
