
È stata rappresentata ieri sera al Teatro della Quattordicesima “Le regole della buona follia” scritta e diretta da Nadia Bruno e prodotta dalla Compagnia Teatrale MASKERE di Opera e dal Gruppo Teatro TEMPO di Carugate. Lo spettacolo fa parte della Rassegna Quartiere in Scena – Festival del Teatro Indipendente ideato da Martino Palmisano e pensato per favorire l’incontro e il dialogo con il territorio: residenti, istituzioni, esercenti, scuole e associazioni del quartiere. Il testo, ispirato a “Le dieu du carnage” di Yasmina Reza, è conosciuto dal grosso pubblico anche per la versione cinematografica fatta da Roman Polanski nel 2011 riportante il semplice titolo di “Carnage”. La trama della pièce si svolge interamente nel salotto dei coniugi Véronique e Michel Houllié che hanno invitato Annette e Alain Reille per una questione che ha visto protagonisti i loro rispettivi figli undicenni Bruno e Ferdinand. Il primo è stato colpito ai giardinetti con un bastone dal coetaneo Ferdinand riportando la tumefazione del labbro superiore e la rottura degli incisivi e le due coppie di genitori sono ora riunite in casa Houllié per risolvere civilmente la faccenda sottoscrivendo un atto che i padroni di casa avevano già preparato. Lo scritto sembra soddisfare i Reille previa la correzione della frase “armato di un bastone”, riferita al loro figlio Ferdinand, con quella meno cruenta “munito di un bastone”.
Effettuata la modifica, i quattro passano a una conversazione di circostanza dove si scambiano bonarie informazioni sulle rispettive attività lavorative, ogni tanto interrotte dalle telefonate che Alain riceve dal cellulare e alle quali l’uomo non riesce a non rispondere perché è alle prese con una causa importante dove lui, avvocato, presta la difesa di una casa farmaceutica accusata da un gruppo di pazienti che avevano riportato danni dopo aver assunto un medicinale prodotto proprio da quella casa. Da brava padrona di casa Véronique offre agli ospiti un dolce che aveva preparato con le sue mani, un claufotis fatto insolitamente con mele e pere che desta stupore in Annette (“mele e pere, è la prima volta”) e Véronique, le spiegherà che “è un classico, ma c’è un trucco: bisogna che la pera sia tagliata a fette più spesse della mela perché cuoce più in fretta” e intanto osserva con malcelato fastidio il deambulare per la stanza di Alain che, mentre parla al telefono, mangia pezzi del dolce le cui briciole si spargono sul pavimento. Questo è solo uno dei primi indizi che segnalano un malessere di fondo che andrà a manifestarsi nel corso delle conversazioni. E infatti, nonostante le buone intenzioni iniziali, i quattro, complici alcuni pretesti e punti di vista differenti, scivoleranno in discussioni accese che li condurranno per fasi alterne a litigare prima coppia contro coppia e poi mogli contro i propri mariti.
L’ambiente, che era stato reso accogliente da un bel vaso pieno di tulipani che “arrivano direttamente tutte le mattine dall’Olanda, dieci euro il mazzo da cinquanta” e comprati appositamente quella mattina presto per accogliere al meglio gli ospiti, si trasforma in una sorta di ring simbolico dove le frasi, che arrivano a diventare anche ingiuriose, si accompagnano ad azioni di natura fisica e a farne le spese sono il cellulare di Alain e una rarissima e ormai introvabile riedizione di più di vent’anni prima del catalogo della mostra di Kokoschka del ’53 a Londra, il tutto accompagnato da smodati consumi di pregiato rhum invecchiato di 15 anni.
La commedia sa scavare con profondità nei rapporti umani di oggi e in particolare in quelli famigliari dove i figli, come l’esasperato Michel sosterrà in un punto cruciale dell’azione, fagocitano la vita dei genitori e la sgretolano. Affrontata con ironia e sarcasmo, la problematica è condotta senza esclusioni di colpe o censure, con una scrittura tagliente al limite del politicamente scorretto seguendo le regole proprie della follia del titolo. I personaggi, che all’inizio appaiono empatici, nel progredire della trama scoprono la natura reale della negatività del proprio io e i segni delle proprie debolezze. Si ride molto ma si ride amaro perché la scrittura induce a più di una riflessione sulla fragilità dell’essere umano di fronte alle relazioni sociali contemporanee. Nadia Bruno, a differenza di quanto avviene in Yasmina Reza, che lascia aperta la sorte dei personaggi della vicenda, ha scelto però per il finale una soluzione catartica che rende positivo il rapporto dei due bambini in contrasto con la follia dei loro genitori.
I quattro attori delle due Compagnie riunite felicemente per questa occasione non si sono risparmiati nei difficili ruoli dei quattro genitori con una recitazione efficace che la regia ha evidenziando conferendo alla pièce quel ritmo che nel procedere dell’azione diventa sempre più incalzante. Marco Tosi era bene inquadrato nel personaggio di Michel che si intuisce essere persona pacifica, vittima delle circostanze e delle persone come la moglie e la madre le cui volontà è meglio assecondare. La sua presenza scenica è stata resa al meglio nelle occasioni in cui, sforzando l’indolenza propria del suo carattere, riusciva a tenere testa a moglie e agli ospiti non esitando ad arrivare agli insulti. Nadia Bruno è stata il tipo di moglie che, pur essendo legata a un’immagine di cuoca e casalinga perfetta, desidera brillare per saggezza e cultura. Le riviste d’arte e i cataloghi tanto amati che, anziché essere riposti in una libreria, sono appoggiate su un tavolo assumendo quasi una funzione espositrice, connotano una persona dagli atteggiamenti radical chic che nasconde in realtà un’estrazione borghese. Grande professionista dalla lunga e molteplice attività artistica con un linguaggio variegato a seconda dei momenti, ha raggiunto il massimo dell’espressività grazie agli sguardi penetranti che sapevano indicare di volta in volta incredulità, disgusto, apprensione, rabbia. È appena il caso di segnalare che, a causa di un infortunio subìto, ha recitato aiutandosi per tutta la durata dello spettacolo con un bastone e questo le fa molto onore. Danilo Lamperti, già da me ammirato in alcuni altri suoi spettacoli, ha tenuto fede alla sua bravura come interprete di ottima caratura: il suo Alain Reille è antipatico come uno si aspetta che sia, tanto che non si può fare a meno di “parteggiare” per la moglie quando riesce a inibirgli l’uso del telefono (e qui non aggiungo altro per evitare spoiler). Il personaggio di Annette (Adriana Bongervino) che all’inizio sembrava essere la più disponibile a risolvere la faccenda che aveva visto suo figlio colpevole ha preso quota con piglio deciso durante l’evoluzione della vicenda quando si dispiaceva per la sorte del criceto abbandonato finendo per rimproverare Michel o nel momento in cui dichiarava che anche l’insulto è indice di violenza provocando la reazione negativa di Véroniqe.
La commedia è stata molto applaudita e al termine i quattro artisti si sono concessi generosamente alle domande del pubblico.
Vista il giorno 3 marzo 2026 al Teatro della Quattordicesima
(Carlo Tomeo)
In copertina: Nadia Bruno (ph di Nicola Picca)
Personaggi e Interpreti
Véronique Houllié Nadia BRUNO
Annette Reille Adriana BONGERMINO
Michel Houllié Marco TOSI
Alain Reille Danilo LAMPERTI
Crediti
Regia Nadia Bruno
Scene Danilo Lamperti
Costumi Patrizia Quacci
Tecnici Mattia Rossi, Luca Martinelli
Montaggio Scene Gianni Mazza
Fotografie e riprese video Nicola Picca
TEATRO DELLA QUATTORDICESIMA – Via Oglio 18 Milano – info@teatrodellaquattordicesima.it
I PROSSIMI SPETTACOLI della Rassegna Quartiere in Scena – Festival del Teatro Indipendente
7 marzo Venere in Pelliccia (di Leopold von Sacher Masoch)
31 marzo Shakespeare in 90 minuti (di Alessandro Martorelli)
14 aprile Il malato immaginario (di Molière)
28 aprile Nel nome del padre (di Luigi Lunari)
12 maggio C’eravamo troppo amati (di Roberto Marafante) – serata conclusiva
