
Al Teatro Out Off Roberto Trifirò, in uno spettacolo presentato in prima nazionale, celebra Thomas Bernhard di cui ha scelto il romanzo “Cemento”, adattandolo e curandone la regia, oltre a interpretarlo. Protagonista è un giovane musicologo, Rudolf, alle prese con la scrittura del suo nuovo libro, un saggio sul musicista Mendelssohn Bartholdy che però fa fatica a iniziare. Gli manca l’ispirazione che aveva pensato di trovare attraverso la presenza di sua sorella da lui stesso fatta venire appositamente da Vienna. Ma questo scopo iniziale si era rivelato non solo inutile ma addirittura deleterio tanto da fargli provare piacere nel momento in cui lei era ripartita per la sua città. Sono le 5 del mattino del 27 gennaio, quasi ventiquattr’ore dalla partenza della donna eppure l’uomo ne sente ancora la presenza come un senso di oppressione. Lo avverte attraverso il suo odore che lì è tuttora presente tanto che cerca di affievolirlo se non d’allontanarlo del tutto con l’accensione di un bastoncino d’incenso. Apre il plico che contiene il manoscritto del suo ultimo libro che gli ha rispedito il suo editore e si chiede se “quell’ipocrita” abbia snaturato il romanzo con qualche correzione fatta a sua insaputa. Intanto sulla scrivania c’è un foglio bianco sul quale dovrà iniziare a scrivere il saggio. “Tutto sta nell’inizio” si ripete, è sufficiente una prima frase anche scritta senza riflettere, tanto basta a dare un corpo qualsiasi alla scrittura che poi potrà scorrere da sé. Ma, anche se c’è l’intenzione, gli manca sia la forza fisica che quella mentale per interrompere l’impasse che rappresenta una sorta d’inferno dal quale pare impossibile uscire. E intanto il pensiero ritorna alla figura della sorella, “l’essere più ostile che si possa immaginare: lei arriva e strapazza ogni lavoro intellettuale, il suo scopo è di disturbare, di annientare”. Lei lo chiama “mio caro fratellino” e già questo è sufficiente a provocargli un’ulcera duodenale.
Rudolf è un nichilista, che vive quasi barricato nella sua casa paragonabile a una cripta dove impera quella “puzzolente creatura” che è la solitudine della quale, pur avvertendone il peso, non sente per questo la necessità di interromperla perché una compagnia maschile l’annoia e quella femminile lo irrita. Neanche la presenza di un cane potrebbe consolarlo, anzi lo renderebbe schiavo, e a tal proposito cita con disprezzo Schopenhauer e il suo cane Atman. Tutti questi pensieri affollano la sua mente mentre si muove sulla scena costituita da cinque spazi tutti arredati alla stessa maniera: un tavolo sul quale sono collocati la foto di lui con la sorella ancora bambini, un bicchiere ripieno per un quarto e fogli di carta alcuni ingialliti e riportanti scritte. Il suo spostarsi da un tavolo all’altro è proprio della persona che, non riuscendo a iniziare un’attività alla quale si sente obbligato, ne cerca lo stimolo attraverso il movimento da un luogo all’altro.

Poi all’improvviso, un’illuminazione: partire verso un luogo caldo. Scartata Venezia, un’umida e “vecchia signora elegante alla quale si fa visita ogni volta per l’ultima volta per qualche giorno, non di più”, l’ideale è Palma di Maiorca che, con la sua gradevole temperatura, è molto lontana dai dodici gradi sottozero della sua casa di campagna. Anche qui, superate le varie indecisioni sulla quantità dell’abbigliamento da portare e i molteplici farmaci dei quali è dipendente a causa della malattia di Boeck dalla quale è affetto, senza tralasciare una buona dose di sonniferi, e, dati gli ordini alla servitù, Rudolf si decide per la partenza. Ad accompagnarlo, la canzone “La mer” di Jacques Trenet.
Qui si riaffaccia alla mente il ricordo di un suo precedente viaggio avvenuto un anno e mezzo prima in cui aveva incontrato una donna che lo aveva colpito per la sua infelicità. Si chiamava Anna Hardtl, piangeva per la morte del marito Hans Peter avvenuta cadendo dal balcone di una stanza d’albergo. All’inizio il ricordo sembra lasciarlo indifferente, a malapena si chiede come mai non ci furono indagini sulla causa della morte dell’uomo, poi decide di recarsi al cimitero per visitare la sua tomba e qui apprende una verità inaspettata.

La necessità, e con questa l’impossibilità, di scrivere in Rudolf diventa ossessione che si materializza mentalmente con tante giustificazioni puerili che si sovrappongono a costituire alibi e che scenicamente si traducono con frasi ripetitive di situazioni sulle quali l’uomo vuole porre l’attenzione. Sono soliloqui caratterizzati da invettive contro il circostante la cui consistenza si cementifica a costituire una fuga da una realtà che non si può (o vuole) scalfire. L’elenco che Rudolf fa delle cause che gli impediscono il lavoro sono ripetitive quasi a volerle meglio fissare per meglio potenziarle. Il risultato è un rimuginare maniacale che ha del grottesco e per questo conduce a un riso che si fa amaro e alla fine, con una virata inaspettata, diventa angosciante. C’è un sapore beckettiano nella situazione vissuta dal protagonista che vive in una sorta di “cul de sac” dal quale non è possibile uscire e neanche il finale, che qui non si cita a evitare spoiler, riesce a intaccare.
Roberto Trifirò, nell’operare l’adattamento del romanzo dell’autore austriaco allo spettacolo teatrale, ha ottenuto l’ottimo risultato di alleggerirne la complessa scrittura rendendo la vicenda avvincente, caricandola anche di un ritmo che è tutto nella parola che sa essere appassionante e, nonostante il tema, anche divertente. La vicenda stessa, che volutamente non indica una soluzione catartica, racchiude un’attualità così commentata dal regista e attore : “Cemento è un’autopsia del nostro presente. Il cemento è quello dei casermoni senza volto, delle periferie mute, del turismo di massa, dei loculi senza storia. È simbolo dell’amorfo, del morto, dell’irreversibile. È ciò che resta quando tutto il resto è stato rimosso. Ecco perché ho scelto di non cercare redenzione, né poesia. Solo una lenta sedimentazione. Solo materia. Solo il muro”.

Trifirò recita magnificamente con i toni sprezzanti senza risparmiare gestualità sdegnose e sarcastiche proprie del personaggio pessimista che interpreta. Accanto a lui, nella parte breve ma significativa di Anna, è Priscilla Cornacchia la cui figura appare dietro un velino trasparente del fondale. L’ingegnosa scena che costituisce i cinque spazi che suddividono per intero il palcoscenico è ideata da Gianni Carluccio, anche disegnatore delle preziose e funzionali luci, oltre che dei costumi.
Lo spettacolo, molto curato nei singoli dettagli, resterà in scena fino a domenica 1° marzo e ne consiglio la visione. In calce all’articolo sono presenti i crediti e le info per l’acquisto biglietti.
Visto il giorno 18 febbraio 2026
(Carlo Tomeo)
Da martedì 10 febbraio a domenica 1° marzo
Teatro Out Off Via Mac Mahon 16, Milano
Cemento di Thomas Bernhard – traduzione Claudio Groff – adattamento drammaturgico e regia Roberto Trifirò con Roberto Trifirò e Priscilla Cornacchia – scene, luci e costumi Gianni Carluccio – assistente alla regia Alessio Boccuni – collaborazione ai movimenti Franco Reffo – tecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri – foto Angelo Redaelli – produzione Teatro Out Off
Prima nazionale
Orari spettacoli: martedì egiovedì ore 20:30 | mercoledì, venerdì e sabato ore 19:30 | domenica ore 16:00
Prezzi: Intero: 20€ | Under26: 14€ | Over65: 10€
Spettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro
Prenotazioni e informazioni: T. 0234532140 | M. biglietteriaoutoff@gmail.com
Ritiro biglietti negli uffici in via Principe Eugenio 22 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.00 alle ore 14.00.
Ritiro biglietti in botteghino via Mac Mahon 16 da martedì alla domenica un’ora prima dello spettacolo.
Trasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78
