“L’importanza di chiamarsi Ernesto” al Teatro Franco Parenti, Milano – Recensione

A Geppy Gleijeses sembra essere particolarmente cara questa che è considerata la più celebre opera teatrale di Oscar Wilde, visto che nella sua carriera è la terza volta che la visita, la prima come attore, la seconda e quella attuale, come regista. E per personaggio centrale anche se non protagonista assoluta ha scelto l’attrice più adatta a calarsi nelle vesti di quella che nell’immaginario collettivo è una benestante perbenista Lady di fine ‘800 dotata di sarcasmo e ironia quale Lucia Poli, che sa essere mordace e pungente, poteva incarnare. La vicenda riguarda due amici innamorati di due fanciulle pronte a maritarsi ma solo se impalmate da un uomo che si chiami Ernesto. La scelta di questo nome, al quale non sono disposte a rinunciare, salvo una delle due che alla fine, come si vedrà, sarà disposta a soprassedere, è dovuta al fatto che quel nome appare rassicurante in quanto visto come garanzia di onestà. Tutto sta in quel nome, dunque, il cui valore è meglio espresso nel titolo originale della pièce: “The Importance of Being Earnest”, dove Earnest sta per affidabile, corretto, onesto, cosa che procura alle due donne “delle vibrazioni”. Sulla natura delle quali non è dato di sapere salvo immaginarle legate al falso perbenismo da cui esse sono affette.

La vicenda, rispetto all’originale in tre atti, si svolge in due tempi. Il primo è ambientato nell’abitazione londinese dell’aristocratico Algernon Moncrieff (Luigi Tabita), chiamato semplicemente Algy che sta aspettando la visita della zia, Lady Augusta Bracknell (Lucia Poli). Qui arriva l’amico Ernest (Giorgio Lupano) che presto Algy scoprirà chiamarsi in realtà Jack, abitante in campagna, e che era stato adottato dal ricco Lord Worthing, della cui nipote, Cecily (Giulia Paoletti), è tutore. Jack è innamorato, ricambiato, della figlia di Lady Bracknell, Gwendolen (Maria Alberta Navello) ed è venuto a Londra per chiederla in moglie. La ragazza è felice di sposarlo per il fatto che lui, così le ha fatto credere, si chiama Ernest tuttavia la richiesta di matrimonio viene respinta dalla madre nel momento in cui scopre che l’uomo è un trovatello di cui non si conoscono i natali. Il secondo tempo si svolge nella casa di campagna di Cecily dove si presenta Algy che, innamoratosi della ragazza, finge di essere il fratello scavezzacollo di Jack, il quale quando poco dopo arriva, si irrita nel trovarlo lì e lo scaccia in malo modo. A questo punto l’azione procede in una serie di eventi che vanno in un crescendo e che vedono in scena di volta in volta i vari personaggi ai quali si aggiungono Miss Prism (Gloria Sapio), l’istitutrice di Cecily, che si rivelerà essere un personaggio chiave della vicenda, e il reverendo (Bruno Crucitti) cui sia Jack che Algy si erano rivolti per farsi ribattezzare con il nome di Ernest. E il finale, tipico delle commedie brillanti del teatro inglese della seconda metà dell’800, non può che essere a sorpresa.

Geppy Gleijeses ha scelto una scenografia, dovuta a Roberto Crea, essenziale negli arredi e dalle luci ricche di sfumature cromatiche. Nel primo tempo che si svolge nel salotto dell’appartamento di Algy, tutto arredato con un grande divano, una poltrona e un tavolino rotondo, spicca sul muro centrale un quadro che riproduce il martirio di San Sebastiano e che può essere considerato un riferimento simbolico a Oscar Wilde-persona così come è riferibile a lui il personaggio di Algy. Non a caso Luigi Tabita che lo interpreta indossa una parrucca simile alla capigliatura adottata da Wilde nel 1881 e consistente in un taglio di capelli molto corti a riccioli. Così come all’attore sono affidate le battute maggiormente ricche di aforismi, nonsense, calembour. Il secondo tempo è ambientato nella casa di campagna di Jack arredato con mobili da giardino mentre un telino ricopre tutto il fondale costituito da un un paesaggio agreste.

L’ottima traduzione di Masolino D’amico scelta da Gleijeses mette bene in evidenza la bigotteria, la doppiezza, il perbenismo dell’alta società inglese degli anni di Oscar Wilde che seppe ben evidenziare nelle sue opere con un linguaggio caustico fatto di paradossi non lesinando la presa in giro per come l’apostrofava. E non a caso il sottotitolo della commedia in esame è “a trivial comedy for serious people” dove quel “for serious people” ha un valore canzonatorio. Eppure, malgrado questo, l’opera ebbe successo perché bastava quella frase a “nobilitarla” e a permetterne quindi la visione alle persone che si ritenevano per l’appunto serie. Oggi ammiriamo l’opera per ridere di una società opportunista, ossessionata dall’idea di ben apparire della seconda metà dell’800, allo stato attuale considerata retriva ma quanto ai tempi nostri può essere veramente ritenuta tale? Gleijeses utilizza il testo con proprietà e finezza senza eccedere nei punti che potrebbero suggerire qualche momento di forte comicità che alla fine potrebbe apparire stridente ma conferendo comunque alla trama un buon ritmo che va a crescere in particolare nel secondo tempo man mano che si sviluppano gli eventi. Traspare in questo modo tutto il meglio della scrittura di Wilde che sa essere mordace e sfrontato ma con leggerezza. E per meglio assemblare il tutto il regista si è avvalso di un cast di alto livello dove i componenti brillano in bravura, ciascuno nei propri ruoli. In carattere le belle musiche di Matteo D’Amico.

Lucia Poli interpreta il personaggio alla quale sono affidate le battute più inaspettate e taglienti e la sua eleganza di attrice di enorme spessore sovrasta anche gli abiti che indossa che pure sono di ottima fattura, grazie al lavoro di Chiara Donato. Irresistibile il modo in cui viene annunciato il suo arrivo in casa Worthing dal maggiordomo (Riccardo Feola, anche nel ruolo del cameriere in casa Moncrieff)

Ben affiati sono i due protagonisti maschili: Giorgio Lupano (Jack/Ernest) sa essere alternativamente serioso nell’affrontare la cattiva sorte capitatagli e comico nei momenti in cui si scaglia contro l’amico. Bravissimo nell’uso gergale very british quando pronuncia i nomi di persone.

A fargli da contraltare Luigi Tabita(Algy), sorta della figura di alter ego di Oscar Wilde: un “folletto” intrigante, saltellante, agile, dalle movenze e dagli sguardi furbetti ma anche tenerone nei confronti dell’amata Cecily. Già visto in ruoli drammatici di altri spettacoli, si conferma con questo testo brillante un artista eclettico a tutto tondo.

La parte di Gwendalyn è sostenuta dall’ottima performer Maria Alberta Navello con i suoi chiaroscuri interpretativi dove passa con proprietà e a seconda delle situazioni dai momenti affettuosi a quelli collerici.

Gli altri artisti in scena sono molto affiati e perfettamente inquadrati nelle parti. Segnalazione speciale per la divertente caratterizzazione di Gloria Sapio (Mrss Prism).

Calorosamente accolto dal folto pubblico presente alla prima, la commedia sarà in replica fino a domenica 9 novembre. In calce all’articolo i crediti

(Visto il giorno 4 novembre 2025)

(Carlo Tomeo)

L’importanza di chiamarsi Ernesto

di Oscar Wilde
traduzione Masolino D’Amico
con Lucia PoliGiorgio Lupano,
Maria Alberta NavelloLuigi Tabita
e con Giulia Paoletti, Bruno Crucitti, Gloria Sapio, Riccardo Feola
regia Geppy Gleijeses
aiuto regia Norma Martelli

scene Roberto Crea
costumi Chiara Donato
musiche Matteo D’Amico
direzione tecnica Francesco Grieco

foto Tommaso Le Pera

produzione Dear Friends, ArtistiAssociati – Centro di produzione teatrale

Categorie RECENSIONI

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