
È presente in prima nazionale al Teatro Studio Melato il romanzo “I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante nell’adattamento della traduttrice e regista Gaia Saitta, anche presente in scena. Il personaggio da lei incarnato è la protagonista del romanzo, Olga, una donna napoletana che per seguire il marito ingegnere si trasferisce a Torino e che viene abbandonata quando l’uomo si innamora di un’altra donna. Nell’edizione teatrale l’ambientazione è collocata a Bruxelles, una scelta operata per rendere ancora più drammatica la condizione d’isolamento provata dalla donna lontana dalla mentalità famigliare della città di origine. Sulla scena oltre al personaggio protagonista sono presenti quelli dei suoi figli, Gianni e Ilaria, insieme al cane lupo Vitesse. A raccontare l’inizio della vicenda è la stessa Saitta e lo fa rivolgendosi in prima persona al pubblico prima di indossare i panni della protagonista. Lo spazio in cui si muove è quello dell’appartamento di vari locali le cui pareti divisorie sono costituite da assi di metallo che si estendono in verticale. Ad arredare i locali sono presenti vari oggetti e mobili quali un divano, un tavolo con sedie, un frigorifero, un lavello di cucina disposti per il lungo e il largo dello spazio, tre televisori dai quali sono trasmesse varie immagini risalenti perlopiù agli anni ’90. Sul fondo è presente anche una scala telescopica la cui sommità simula una finestra dalla quale Olga, una volta raggiuntane la cima, guarderà verso la strada. La disposizione degli arredi è disordinata e simbolicamente rappresentativa dello stato d’animo della donna.
Olga ha appena subìto l’abbandono da parte del marito, che nella versione teatrale si chiama Philippe, e inizia ad attraversare tutte le fasi che si accompagnano a situazioni analoghe: dai primi pianti, interrotti brevemente dalla speranza di ripensamento da parte dell’uomo, fino all’incredulità che poi la spingerà verso la rabbia violenta e infine all’abbruttimento fisico e mentale della persona. Il continuare a occuparsi delle faccende domestiche e della cura dei figli, che prima le davano la sensazione di completezza nel suo essere donna, ora le risulta gravoso. Rimpiange che per accontentare il marito aveva rinunciato a un suo lavoro, sia pure modesto, che le desse la possibilità di poter guadagnare una somma anche piccola ma che la gratificasse come persona e la facesse sentire più importante. Il rimpianto viene manifestato parlando con due spettatrici sedute con lei a una scrivania mentre fumano e bevono il caffè (gli odori del fumo e dell’aroma della bevanda si diffondono per la sala). Amava scrivere, lo faceva di notte ma ora i suoi scritti, quando avvengono, sono infarciti d’odio. La cura delle casa e dei figli è lasciata a sé stessa, il baratro in cui va precipitando con insistenza si fa sempre più devastante, la volgarità e la violenza si impossessano di lei e si ripercuotono sui figli e sul cane. Quando un giorno sono davanti alla tavola imbandita per il pranzo in attesa di essere raggiunti da Philippe che poi non arriverà alla domanda dei figli che sono affamati e vogliono mangiare risponde stizzita”. Se stiamo qui senza mangiare è colpa di vostro padre”. Si fa del male immaginando i modi in cui il marito fa l’amore con l’amante, le posizioni che assumono, non esita a usare epiteti volgari e turpiloqui. Parole e frasi del romanzo sono riprese con esattezza da Olga/Saitta con una recitazione realistica, cruda che sa raggiungere e scuotere in profondità gli animi degli spettatori. Parla in italiano, la sua lingua natale, ma quando si rivolge ai bambini e al cane lo fa nella loro lingua, il francese, la stessa del loro padre e proprio per questo ora le appare sgradita tanto da utilizzarla con urla (lei che, in contrasto con l’abitudine del modo di parlare ad alta voce della gente del sud, comunicava con tonalità moderata).
Gli episodi più significativi del libro vengono proposti con attenzione filologica inserendoli in una sceneggiatura che si avvale di accorgimenti originali oltre che essere funzionali. Uno di questi è rappresentato dalla scena in cui il marito (Mario nel libro, Philippe nella versione teatrale) rischia di ingoiare un pezzo di vetro finito casualmente nel piatto di spaghetti che sta mangiando. La scena è interpretata dai bambini che giocano a fare i genitori che litigano. Scena di duplice importanza perché oltre a risolvere la (voluta) mancanza del personaggio che interpreta l’uomo fa intendere che i bambini avevano assistito all’avvenimento. Allo stesso modo le variazioni temporali della vicenda sono sancite da un cambio d’abito, da un diverso modo dell’acconciatura, come l’episodio di quando Olga incontra per caso Philippe con l’amante che indossa gli orecchini della famiglia dell’uomo e che un tempo lui aveva regalato a lei per poi sottrarglieli di nascosto.
Quando si è toccato il baratro si riceve la spinta che ti fa riemergere. È quello che accade alla fine a Olga che scavando a fondo nel proprio animo troverà che la vita da lei vissuta finora era la stessa di quella di sua madre, di sua nonna e delle altre generazioni andando indietro nel tempo. Parte dall’abbandono che aveva subìto dal marito per arrivare a comprendere che l’abbandono sulla quale deve porre l’attenzione per uscire dalla strettoia di una vita ferma a assoggettamento secolare della donna è quello contro se stessa. Da qui il titolo che Gaia Saitta con eccellente intuizione ha dato al suo spettacolo: “I giorni del MIO abbandono”. In quel pronome c’è il senso finale del romanzo, risaltato dalla versione teatrale, riguarda proprio l’abbandono da parte della donna dall’altra sé, distintiva della consapevolezza raggiunta e quindi raggiungimento della libertà. Che però per essere raggiunta totalmente necessita di un atto finale che parte dallo smantellamento della casa che era vista erroneamente come luogo di rifugio mentre si era rivelata una prigione. Quello che avverrà in scena è un colpo di teatro spettacolare impossibile da descrivere pena spoiler.

Gaia Saitta con questa sua messa in scena entra in profondità nel tema del romanzo, superando anche le maglie più restrittive della prosa, descrive tutta la psicologia della protagonista nelle sue varie sfaccettature. Non esita a dichiarare che la storia l’aveva “presa alla gola” e “La prima volta che ho letto il romanzo di Ferrante, non sono riuscita a respirare fino alla fine”. A rendere più intensa la rappresentazione contribuiscono in modo determinante i suoni che riproducono i battiti del cuore, i respiri ansiosi, e l’alternarsi delle intensità delle luci (in calce all’articolo sono riportati i crediti).
Calorosi gli applausi del numeroso pubblico che ha reagito con entusiasmo. Uniche due regole questa sera e domani pomeriggio. Lo spettacolo meriterebbe una ripresa. In calce sono riportate le INFO e le modalità per l’acquisto biglietti.
Visto il giorno 28 febbraio 2025
(Carlo Tomeo)
Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli 6 – M2 Lanza), dal 28 febbraio al 2 marzo 2025
Les jours de mon abandon / I giorni dell’abbandono
ispirato a I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante © 2002 Edizioni E/O
ideazione, adattamento, regia Gaia Saitta – collaborazione artistica Sarah Cuny, Mathieu Volpe, Jayson Batut – testo e drammaturgia Gaia Saitta, Mathieu Volpe – assistente alla regia Sarah Cuny – scene Paola Villani – costumi Frédérick Denis – musica e ideazione suono Ezequiel Menalled – luci Amélie Géhin – con Jayson Batut, Flavie Dachy / Mathilde Karam, Gaia Saitta, Vitesse (il cane) – coordinamento tecnico Giuliana Rienzi – regia suono Pawel Wnuczynski – regia luci Corentin Christiaens – ideazione e realizzazione video Stefano Serra – assistente ai video Arthur Demaret – direzione di scena Thomas Linthoudt e Stefano Serra – meccanizzazione scene Chris Vanneste – coach bambini Lola Chuniaud – educatore cinofilo (addestramento condotto nel rispetto dell’animale) Casting Tails, Tim Van Brussel – stagiste Lou-Ann Bererd (scene), Tania Chirino (regia), Paul Canfori (regia) – foto Anna van Waeg –
costruzione scene e realizzazione costumi Ateliers du Théâtre National Wallonie-Bruxelles
uno spettacolo di Gaia Saitta / If Human
produzione Théâtre National Wallonie-Bruxelles coproduzione Kunstenfestivaldesarts, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, TNC-Teatre Nacional de Catalunya Barcellona, Théâtre de Namur, Le Manège Maubeuge, La Coop asbl, Shelter Prod con il sostegno di BAMP – Brussels Art Melting Pot asbl, Taxshelter.be, ING et du Taxshelter du gouvernement fédéral belge
Consigliato a partire dai 15 anni
Spettacolo in francese e italiano con sovratitoli in italiano e inglese
Orari:
venerdì 28 febbraio, ore 20.30; sabato 1° marzo, ore 19.30; domenica 2 marzo, ore 16.
Durata: 105 minuti senza intervallo
Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
