“Romeo e Giulietta” al Teatro Leonardo – Recensione

Non romanticismo o, comunque, solo l’essenziale che ne traspare, è quello che costituisce l’ossatura della messa in scena della tragedia shakespeariana operata da Antonio Syxty che ha voluto rileggere la storia dei celebri amanti di Verona in una veste non convenzionale dove affronta il tema dell’amore contrastato da una società violenta e patriarcale. In tal senso le frasi d’amore che i due protagonisti fin dal primo incontro si scambiano per tutta la durata dell’azione (tre ore continuative senza interruzione in cui sono racchiusi i cinque atti originali) sembrano essere pretestuali a giustificazione degli scontri (anche e soprattutto fisici) da parte delle due famiglie rivali. Scontri che avvengono anche tra i servitori rivali che aprono la tragedia e che, in tute che ne rivelano le loro funzioni e con i volti coperti da maschere in poliestere, si muovono negli spazi che vanno aldilà del palcoscenico. Una violenza annunciata di kubrickiana (mi si consenta il neologismo) memoria con tanto di musica che, pur non essendo quella di Beethoven, è comunque fondamentale per lo svolgimento dell’azione scenica perché, come scrisse Pasternack nelle note al testo di Shakespeare, “La musica in questa tragedia ha una funzione negativa. Essa incarna una forza avversa ai due innamorati, la forza della menzogna mondana e del trambusto della vita ordinaria”.

Così, se in Shakespeare la musicalità si esprime attraverso il lirismo della parola, in Syxty si realizza anche tramite l’elemento esterno dei suoni che arrivano da lontano per invadere poi completamente la scena. Sono suoni che fanno parte di brani i più disparati firmati da autori della seconda metà del ‘900 e di questo secolo (Meredith Monk, Philip Glass, Luc Ferrari, e altri), ma non mancano in un momento solenne il Minuetto in Sol maggiore attribuito a Bach o, più insistentemente, la prima delle “Gnossiennes” di Erik Satie. La loro presenza, oltre a fare da leitmotiv agli avvenimenti oggetto della rappresentazione, ne conferisce anche una funzione di taglio cinematografico.

L’idea di mettere in scena la tragedia di Shakespeare è nata in Antonio Sixty dall’esigenza di, sono parole del regista in sede di presentazione del progetto, “riflettere sul linguaggio poetico shakespeariano e sulle azioni degli esseri umani nel contesto delle contrapposizioni generazionali, sociali, di genere e cultura”. In questo, Sixty è partito dalla traduzione affidata a Carmen Gallo che, senza snaturare l’intensità e la poesia del testo, si è preoccupata di renderlo in un linguaggio più vicino al nostro tempo, per meglio raggiungere (e appassionare), anche se non esclusivamente, la generazione Z.

Accanto al linguaggio il regista ha lavorato sulla recitazione che è dinamica nel momento in cui occupa non solo il tradizionale spazio riservato al palcoscenico ma va oltre percorrendo anche parte della sala. È un lavoro fisico coordinato da Susanna Baccari che coinvolge totalmente i corpi degli interpreti distinguendo quelli propulsivi e irruenti dei giovani dagli altri più rigidi degli adulti. Tutta l’azione si svolge in una scena fissa dovuta a Chiara Salvucci di taglio essenziale ma lo è solo in apparenza essendo ricca di simboli significativi: sulle pareti del fondale appaiono quadri disposti per terra e messi al contrario per cui non sono visibili le immagini dipinte e, qua e là, cassette utili per i traslochi che danno il senso di provvisorietà, sgabelli, piedistalli, una statua femminile legata con un nastro rosso (mi ricorda un altro spettacolo di Antonio Syxty, “L’uomo dal fiore in bocca”, dove era presente una statua simile completamente impacchettata secondo un movimento artistico di rottura di qualche anno prima e, sempre dallo stesso spettacolo, una serie di quadri appesi alle pareti oltre a un altro di cui appariva solo il retro anch’esso impacchettato e portato in mano da uno degli attori). Il tutto è attraversato dai tagli di luce di Fulvio Melli che sembrano insediarsi a tratti di volta in volta sui corpi dei personaggi per accenderne o spegnerne la presenza.

In questo modo il tempo di svolgimento della storia è indefinito e proprio per questo è universale. Un amore ostacolato che provoca il superamento e l’annullamento anche di quello che dovrebbe essere un amore filiale (esemplare sono le urla e le invettive di Capuleti contro Giulietta che si rifiuta di sposare Paride tanto da essere insultata con l’epiteto di puttana). Nonostante la drammaticità della storia Syxty preferisce un’ambientazione dai toni grotteschi che rende più espliciti specialmente nei costumi creati da Giulia Giovanelli dove i giovani vestono come i loro coetanei odierni mentre gli adulti sono imbalsamati in fogge esagerate quanto improbabili. Questo provoca anche qualche momento d’ilarità nel pubblico: si pensi al personaggio della balia con la sua voce gioconda (il suo linguaggio potrebbe essere definito “in corsivo”) e ai suoi movimenti tremolanti appena stemperati nel momento della tragedia.

Uno spettacolo dal taglio inconsueto della celebre tragedia di Shakespeare e proprio per questo di gran valore sia per quanto attiene alla realizzazione formale sia per come viene trattato il tema del conflitto generazionale dove i giovani vogliono far valere il loro desiderio di affermazione e di libertà contro la volontà prevaricatrice e dispotica dei loro padri e di una società tirannica (non a caso tra i brani eseguiti c’è “Freedom” di Anthony Hamilton & Elayna Boynton: “I’m looking for freedom, looking for freedom / and to find it, cost me everything I have / Well I’m looking for freedom, I’m looking for freedom /And to find it, may take everything I have”).

Un’affiata Compagnia (i nomi sono citati in calce all’articolo) costituita da undici bravi elementi ha dato il meglio di sé con grande generosità e ha ricevuto calorosi applausi da parte di un pubblico che si è dimostrato attento e coinvolto.

Repliche fino al 2 marzo. Ne consiglio la visione. In calce le INFO con i crediti e con le modalità per l’acquisto biglietti.

Visto il giorno 13 dicembre 2025

(Carlo Tomeo)

MTM Teatro Leonardo – dall’11 febbraio al 2 marzo 2025

ROMEO E GIULIETTA – Prima Nazionale

di William Shakespeare
traduzione Carmen Gallo
regia Antonio Syxty
comportamento e azioni di scena Susanna Baccari

con Gaetano Callegaro (Capuleti), Pietro De Pascalis (frate Lorenzo), Simone Di Scioscio (Benvolio), Lorenzo Falchi (Mercuzio), Francesco Giordano (Tebaldo), Francesco Martucci (Paride), Francesca Massari (Giulietta), Marcos Piacentini (Romeo), Filippo Renda (donna Capuleti), Simone Severgnini (Escalo), Debora Virello (balia)
scene Chiara Salvucci
collaborazione alle scene Luna Maiore costumi Giulia Giovanelli
disegno luci Fulvio Melli
foto Laila Pozzo
staff tecnico Ahmad Shalabi e Stefano Lattanzio
assistente alla regia e delegata di produzione Lisa Metelli 
produzione Manifatture Teatrali Milanesi

Teatro Leonardo

martedì/sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30

intero € 30,00 – convenzioni € 24,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24,00 – Under 30 e Over 65 € 17,00 – Università € 17,00 – scuole di Teatro € 19,00 – scuole civiche Fondazione Milano, Piccolo Teatro, La Scala e Filodrammatici € 11,00 – Scuole MTM € 10,00 – ridotto DVA € 15,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO

spettacolo inserito in Invito a teatro – Info e prenotazioni – biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45 – Abbonamenti: MTM Respiro, MTM Respiro Over 65, MTM Respiro Under 30 x2 spettacoli, MTM Respiro Under 30 x4 spettacoli, MTM Il piacere di sorridere – I bBiglietti sono acquistabili sul sito www.biglietti.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita Vivaticket. I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.

Categorie RECENSIONI

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