“Metaforicamente Schiros” al Teatro della Cooperativa – Recensione

© Carlo Tomeo

Beatrice Schiros, “back to theatre” dopo due anni di assenza. Due anni in cui si è occupata di altre cose perché il teatro le era diventato inviso e forse non ci sarebbe neanche tornata se non fosse stato per il suo psicoanalista che, in una seduta particolarmente devastante, non le avesse ingiunto come atto curativo di tornare a recitare indicandole anche le modalità: raggiungere il palcoscenico e cagarci sopra. Metaforicamente, of course, e forse neanche tanto, alla faccia di quella riservatezza congenita ancor più sentita da una donna (lei) che dichiara senza problemi i suoi 57 anni (solo anagrafici, naturalmente). Questo è l’inizio del monologo che vede protagonista l’attrice presente in questi giorni al Teatro della Cooperativa e che segue una breve premessa a mo’ di avvertenza per il pubblico: “Questo spettacolo non durerà molto, perché a me le cose lunghe non piacciono, mi annoiano, io mi stufo, io mi annoio di me stessa”. In questo è già nel personaggio, lei, che parla agli spettatori ai quali viene affidato il compito di interpretare il ruolo dello psicanalista. Perché il suo discorrere ha la forma di una seduta analitica, anzi, come lei stessa la definisce, una “psicomagia”. E, come avviene normalmente in tutte le sedute di questo tipo, il linguaggio e le storie raccontate non si fanno intimorire da falsi perbenismi e censure. Beatrice parla a ruota libera partendo da quando era ancora una ragazza, gli anni scolastici, i due anni in cui era stata bocciata in un istituto di ragioneria, finita lì non si sa come, visto che non era brava in matematica. Una ragazza vivace fuori dalle regole, tutto il contrario del fratello Nando così tradizionalista da guadagnarsi il soprannome di Madre Teresa di Calcutta, frequentatore dei paninari del centro, a differenza di lei che, invece, pur non drogandosi, si accompagnava con tossici. La descrizione che fa dei genitori è affettuosa ma nello stesso tempo impietosa: un padre severo, siciliano, che, anche dopo che lei aveva compiuto la maggiore età, le ingiungeva di tornare a casa non oltre le ventitré e trenta quando la vedeva uscire al sabato sera; una madre un po’ svitata e un po’ apprensiva che le suggeriva di indossare accessori adeguati per apparire una persona di classe o di comprare una liseuse da utilizzare in eventuali ricoveri ospedalieri. E poi passa a parlare dei suoi amori giovanili, delle “sgummate” (trombate, traduce) in particolare quelle con Massimo, per molti versi inadeguato nel fare all’amore, e, per meglio far comprendere le gesta amatorie dell’uomo, non esita a descriverle non risparmiando dettagli nel rappresentarle sia con la voce che con la postura (che poi, ci tiene a precisarlo, era sempre la stessa). Peggio, tuttavia fu la sua esperienza quando conobbe un uomo conosciuto su Tinder al quale si era iscritta su suggerimento dell’amica Simona.

Non si risparmia Beatrice nell’addentrarsi sempre più profondamente nel racconto della sua vita. E non lesina neanche gli aggettivi che la descrivono in modo impietoso. Un fisico “tamugno”, bassa di statura e con le gambe da calciatore. Un po’ in simbiosi con l’adorato cane che dorme sul letto con lei. Una donna la cui occupazione preferita alla sera è stendersi sul divano e commuoversi nell’assistere a “C’è posta per te” o a “Chi l’ha viso?” e che non è capace di far da mangiare (“Non fatemi cucinare, fatemi fare le pulizie. In quello sì che sono brava”). Non è interessata ai bambini che le piacciono solo quando sono piccolissimi e non hanno ancora acquisito un minimo di indipendenza. Guarda con stupore le donne che hanno figli e che devono badarli. Lei no, non potrebbe, fa già fatica a badare a se stessa. Il suo narrare è travolgente, ricco di parole e di frasi che in alcuni casi possono apparire volgari ma, come lei stessa tiene a precisare, sono quelle che vengono usate normalmente e copiosamente nel linguaggio odierno e per questo motivo lei non si astiene dal pronunciarle per meglio entrare nell’humus dello spettacolo. Il risultato è una continua cascata di risate nel pubblico che, nei punti più esilaranti, reagisce con applausi a scena aperta. In osservanza al titolo i termini e le frasi usate non sono buttate lì per caso ma fanno parte di un discorso totalizzante, come l’iniziale citazione della cacca, e il senso ultimo si coglierà appieno nell’ultima parte del monologo dove lei parla di malattia e di morte.

Il tema della genitorialità è presente verso la fine quando lei confessa di aver voglia di chiamare al telefono le persone che non esistono più (“Aiutatemi ad avere pazienza, a sopportare questa vita faticosa”) e si rivolge in particolare al padre che prima di morire è stato infermo per una malattia durata per anni: “Perché, papà, non mi hai detto che la vita non è facile?” lei che è nata figlia e tale si sente ancora. I figli non dovrebbero assistere alla lunga malattia che colpisce i genitori e ne devasta i corpi. É qui che la parte comica passa a quella elegiaca e la Schiros sa mostrare il suo temperamento di attrice drammatica dopo aver mostrato quello più brillante suscitatore di ilarità. Un testo dal duplice intento: far ridere per poi far riflettere su quanto la vita possa diventare dura da sostenere e tuttavia da affrontare con coraggio perché anche la sofferenza è una grande opportunità per affrontare il futuro. É questa la morale che si trae dal bel testo scritto a due mani dalla stessa Schiros e da Gabriele Scotti. E tutto viene accolto con fragorosi applausi da parte di un pubblico visibilmente commosso.

Diverse le chiamate sul proscenio dell’attrice che questa volta ha fatto tesoro del consiglio materno, presentandosi con una bella liseuse bianca.

Lo spettacolo resterà in scena fino a domenica 12 gennaio. In calce le INFO contenenti i crediti e le modalità per acquisto biglietti.

Visto il giorno 8 gennaio 2025

(Carlo Tomeo)

8 | 12 gennaio:

Metaforicamente Schiros di Beatrice Schiros e Gabriele Scotti con Beatrice Schiros – produzione A.T.I.R. in collaborazione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano
con il sostegno di NEXT ed. 2024/2025 – Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo

prima milanese

Teatro della Cooperativa
via privata Hermada 8 – Milano – 02 64420761 – info@teatrodellacooperativa.it 

Biglietteria: da martedì a venerdì 17,00 – 19,00 e nei giorni di replica: sabato 18,00 – 20,00 – domenica 15,00 – 16,30. Il ritiro dei biglietti potrà essere effettuato fino a 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo – I biglietti sono acquistabili anche online sul circuito Vivaticket.

Orari spettacolo: martedì, mercoledì, venerdì e sabato ore 20:00 – giovedì ore 19:30 – domenica ore 17:00 – lunedì riposo.

Biglietti: intero: 18,00 € – riduzioni convenzionati: 15,00 € – under 27: 10,00 € – over 65: 9,00 € – giovedì biglietto unico: 10,00 € – diritto di prenotazione: 1,00 € (non applicato agli abbonamenti e ai biglietti acquistati online).

Categorie RECENSIONI

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