“Il giardino dei ciliegi” al Teatro Strehler – Recensione

Una messa in scena ambientata nel nostro secolo, espressione di una doppia metafora dei nostri tempi e del teatro. È la cifra scelta da Leonardo Lidi nella realizzazione del terzo capitolo della sua trilogia dedicata a Čechov, dove lo scenario fisso, costituito da un fondale e da pareti laterali coperti da tendaggi di plastica neri illuminati da forti luci al neon, con, unico elemento di arredo, una serie di sedie di plastica bianche impilabili, è di facile e veloce rimozione, cosa che avviene solitamente tutte le sere nei teatri al termine degli spettacoli (e come accadrà proprio sul finire di questo). Il giardino, anche se non visibile in scena, è il vero protagonista della vicenda e l’abbattimento dei suoi alberi, a cui segue il frazionamento del suo terreno in lotti destinati alla fabbricazione di villette, è l’allegoria di quanto accade al teatro nei nostri anni. A dare risalto ulteriore al taglio teatrale è l’arrivo dal fondo della platea di parte degli attori che, con vociare sguaiato, quasi assimilabile a un carro di comici, si affretta a raggiungere la ribalta, pronti a iniziare la recita.

Se in “Zio Vanja” i personaggi indossavano abiti degli anni sessanta, in questo nuovo lavoro Lidi si è spostato ad anni più vicini ai nostri, sia con l’utilizzo dei costumi sia con la forte musica prorompente da discoteca che è la colonna sonora della scena del ballo che verrà interrotto al momento della notizia della vendita del giardino. E qui diventa più tangibile il simbolo della trasformazione di una società che passa dagli anni del boom degli anni sessanta alle crisi finanziarie dei nostri anni in cui la ricchezza è nelle mani di una società privilegiata. Ne è rappresentante la figura di Lopachin, il personaggio chiave della commedia, uomo d’affari e nuovo arricchito che si muove in una forma di rivalsa su quelli che erano stati i padroni suoi e di suo padre contadino. È appena il caso di ricordare che Céchov aveva iniziato a scrivere il suo testo agli inizi del ‘900 durante le manifestazioni di malcontento che avevano per protagonisti contadini e operai e i fermenti di quegli anni non potevano non riflettersi nella trama dell’opera.

Lidi nella sua versione ha voluto imprimere una sua personale variazione rispetto all’originale cechoviano, come sostituire il personaggio di Gaiev, fratello di Ljuba, con la figura di una sorella e facendo interpretare il ruolo della governante Charlotta da un attore en travesti. Ma la scelta più importante è stata rispettare, oltre il testo tout court, quelle che erano le intenzioni di Čechov che per questa sua opera aveva usato il termine di commedia nonostante il tema fosse di natura drammatica perché conteneva episodi che lui chiamava farseschi. E numeri di farsa Lidi non ne risparmia: si pensi all’entrata del contabile Iepichòdov che inciampa nelle sedie e balla il tiptap, o di come si muove il mellifluo Lopachin, che usa le stesse movenze già utilizzate in “Zio Vanja”, o del pigiama-pagliaccetto che indossa Anja prima di andare a letto o anche del vecchio servitore in carrozzina che in un punto dell’inizio funge da sedile per le donne che sono arrivate da poco. Del resto anche tutti gli altri personaggi si mantengono su una linea uniforme tali da provocare una reazione vicina al riso. Sono comunque risate amare che coprono la malinconia contenuta nella vicenda di cui è sintesi la frase finale di Firs, il vecchio servitore (“La vita è passata, e io… è come se non l’avessi vissuta”). E in questo senso il comico si colora di quella sottile mestizia che fa riflettere sulla condizione umana sospesa tra letizia e malinconia.

Sono diversi gli accorgimenti inventati da Lidi nella sua pregevole messa in scena cominciando a rendere più dinamico il testo originale senza modificarne né i dialoghi né lo spirito ma facendo ricorso solo alla recitazione della Compagnia composta dagli stessi elementi che si erano messi in luce nelle due precedenti tappe della trilogia. Ad avvalorare il felice risultato è l’originale scenografia creata da Nicola Bovey con le lucide pareti di colore nero dal sapore psichedelico e dal fondale che si solleva per inclinarsi in quello che rappresenta il bordo di una piscina dove sono sdraiati i vari personaggi vestiti con prendisole e pantaloncini: allegoria di uno stato umano triste per gli accadimenti che verranno e in contrasto a una disposizione solare di speranza.

La prima milanese alla quale ho assistito è stata accolta con calorosi applausi. Repliche fino a domenica 17 novembre. Per sabato 16 novembre è prevista una maratona dove sono rappresentate tutte e tre le commedie della trilogia. Info per prenotazione e acquisto biglietti in calce all’articolo

Vista il giorno 12 novembre 2024

(Carlo Tomeo)

Il giardino dei ciliegi 
Progetto Čechov, terza tappa 

di Anton Čechov, traduzione Fausto Malcovati – regia Leonardo Lidi – assistente alla regia Alba Porto con Giordano AgrustaMaurizio CardilloAlfonso De VreeseIlaria FaliniChristian La RosaAngela MalfitanoFrancesca MazzaOrietta NotariMario PirrelloTino RossiMassimiliano SpezianiGiuliana Vigogna – scene e luci Nicolas Bovey, costumi Aurora Damanti, suono Franco Visioli – foto Gianluca Pantaleo – produzione Teatro Stabile dell’Umbria 
in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Spoleto Festival dei Due Mondi

Teatro Strehler, dal 12 al 17 novembre

Orari: martedì e giovedì ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica, ore 16.

Maratona Čechov La trilogia viene presentata in forma integrale sabato 16 novembre con, in successione, Il gabbiano (ore 11, 110’ senza intervallo), Zio Vanja (ore 15.30, 105’ senza intervallo), Il giardino dei ciliegi (ore 19, 100’ senza intervallo).

Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro

Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org

Categorie RECENSIONI

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