
RECENSIONE:
Non sarebbe potuto sfuggire a Monica Faggiani, una delle fondatrici e attivista tra le più attive di Amleta, l’associazione di promozione sociale che ha per scopo di contrastare la disparità di genere nel mondo dello spettacolo, la storia di Alfonsina Strada, inconsapevole precorritrice dell’emancipazione femminile, famosa nel primo ventennio del secolo scorso quale partecipante, prima e unica donna, al Giro d’Italia. Partendo dal libro di Simona Baldelli che riporta la biografia della ciclista, l’attrice si è documentata con passione presso altre molteplici fonti in un lavoro durato circa due anni e che si è concluso alla fine con la scrittura di un testo teatrale recitato a partire da quest’anno in varie occasioni e situazioni. Abbiamo assistito a una di queste rappresentazioni svolta nell’appartamento di un’appassionata di teatro qual è Maria Grazia Innecco che ospitando in numero ridotto gli spettatori ha il merito di avvicinarli agli artisti che rappresentano le loro pièce in una formula di maggiore e coinvolgente contatto.
Monica Faggiani è a meno di due metri da noi, ed è qui per raccontare la storia di Alfonsina Morini coniugata Strada, ma non la racconta semplicemente, la vive. Nel piccolo spazio scenico è presente solo una sedia che nel corso della recita assume diverse funzioni. Agganciata al soffitto pende una bicicletta assimilabile per la sua posizione a un’installazione di Kiefer. Lei è fasciata da un lungo abito nero, scarpe con tacco basso. senza trucco vistoso, appena un tocco sottile di kohl nero, capelli raccolti in una lunga chioma. Non somiglia fisicamente all’eroina della cui vita si appresta a raccontare ma è uguale a lei per temperamento e per il carattere indomito. Quel carattere forte che Alfonsina Strada aveva da vendere. La sua biografia la vede nascere nel marzo del 1891 a Castelfranco Emilia seconda di dieci figli di una famiglia di contadini molto poveri. Aveva dieci anni quando vide a casa sua per la prima volta una bicicletta portata in casa da suo padre che l’aveva ricevuta dal medico del paese. Fu per lei amore a prima vista tanto che, una volta imparato a pedalare, usciva di nascosto da casa per montarla e correre.
Dall’evocazione di quell’episodio comincia la narrazione di Monica Faggiani. Sentiamo raccontare gli inizi in cui Alfonsina partecipa alle prime gare di provincia, aveva solo quattordici anni e quando ne vinse una ricevette per premio un maialino che lei portò fieramente a casa. Ma la cosa non fu approvata dai genitori e tantomeno dal prete, Don Aldo, che l’accusò di satanismo anche se il maialino fu ucciso subito e tutti in casa, prete compreso, ne gustarono le carni. Alfonsina, non si dava per vinta: il suo desiderio di correre in bici non poteva essere solo diletto, doveva, al contrario, avere uno scopo che era quello di prendere parte a gare importanti e quale occasione migliore di quella della partecipazione al Giro della Lombardia per approdare poi al più importante Giro d’Italia? Assistiamo al dialogo fra lei e Armando Cougnet, organizzatore del Giro d’Italia: lei che insiste per partecipare, lui che cerca di dissuaderla perché non si era mai visto che una donna partecipasse a quella gara. Eppure, grazie alla sua insistenza, il suo desiderio viene soddisfatto: Tre giorni prima dell’inizio della gara sulla Gazzetta dello Sport il suo nome, modificato stranamente in Alfonsin, privo della “a”, appare come partecipante con la maglia n. 72. Peggio succede in un altro giornale, Il Resto del Carlino, dove il nome di battesimo diventa addirittura Alfonsino. Questo perché si pensò che il nome fornito all’atto dell’iscrizione fosse errato, non essendo concepibile che una donna partecipasse alla gara. Indignazione da parte di Alfonsina che non era persona da farsi raggirare e Monica Faggiani, che ora ne è la voce, ha la tempra giusta per manifestarne l’intensità.
Da qui il racconto prende la piega prevalente del dialogo, anzi dei dialoghi: quelli tra Alfonsina e Cougnet, e poi quelli con Luigi Strada, suo allenatore, nonché marito che morì pazzo, con Carlo Messori il suo allenatore e il suo secondo marito, con Vittorio Varale, direttore della Gazzetta, con Don Aldo. La bellezza di questo testo sta proprio nella capacità di Monica Faggiani di affrancarsi da un freddo monologo narrativo che potrebbe rischiare l’appiattimento per diventare una pièce dove sono presenti vari personaggi tutti interpretati da un’unica attrice. E la Faggiani sa assolvere con provato mestiere a questo compito, passando con naturalezza da un personaggio all’altro, tutti diversi tra loro, sia per il linguaggio adottato, in più punti arricchito anche da varie forme dialettali, sia per le diverse tonalità, sia per la timbrica, il tutto associato a una svariata gamma di gestualità.
Il testo descrive i vari momenti vissuti da Alfonsina come quelli più sofferti quando durante la gara cadde in un fosso e i suoi compagni non l’aiutarono a rialzarsi perché era una donna. E poi le varie tappe del Giro d’Italia dove partirono in novanta e conclusero il Giro solo in trenta, tra i quali era presente anche Alfonsina, ormai diventata famosa, e che, tutte le volte che arrivava al traguardo nelle varie tappe, veniva acclamata dal popolo inneggiante. Ma c’è anche una fase in cui la sua storia si ammanta di tristezza. Viene annunciata dalla voce di Sergio Endrigo che canta “Io che amo solo te”, l’aria che esprimeva il sentimento di Luigi Strada nei confronti della moglie e il racconto dei venti anni che lui trascorse in manicomio prima di morire. Con dolenti accenti Monica Faggiani ne tratteggia i momenti ricchi di pathos.
Al termine i calorosi applausi dei fortunati spettatori si sono protratti per diversi minuti. Poi c’è stato il seguito in cui noi abbiamo condiviso la serata con l’attrice per farle i complimenti, discorrere un po’ con lei e fare onore al buffet preparato dalla padrona di casa.
Visto il giorno 29 maggio 2024
(Carlo Tomeo)
ALFONSINA CON LA A – L’incredibile storia di Alfonsina Strada
di e con Monica Faggiani
Photo di Valerio Iglio
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