“I maneggi per maritare una figlia” al Teatro Carcano – Recensione

È in scena al Teatro Carcano la commedia “I maneggi per maritare una figlia”, in ligure “I manezzi per majà na figgia”, una delle più celebri, forse la più celebre, commedia di Gilberto Govi rappresentata per la prima volta nel 1923 al Teatro Filodrammatici di Milano, da dove prese l’avvio per una lunga tournée che negli anni successivi arrivò fino in Sudamerica. Tullio Solenghi, ammiratore di Govi fin dalla prima gioventù, ha deciso di indossare i panni dell’autore/attore ligure, suo conterraneo, quando due anni fa ha iniziato a portare anch’egli in scena la commedia. che per lui, oltre a essere una normale rappresentazione teatrale, è una celebrazione in quanto, come ha dichiarato, “misurarsi con l’universo Govi è un privilegio che inseguo da anni, da quando ragazzino nella mia S. Ilario un giorno si sparse la voce che al ristorante del paese c’era Govi”.

Protagonisti della commedia sono la famiglia dell’imprenditore Stefano, di sua moglie Giggia e della loro figlia Metilde in età da marito. Se Stefano, detto Steva, è un uomo tranquillo dai sani princìpi, la moglie è ambiziosa e desidera elevare socialmente la propria famiglia. Per farlo cerca di combinare un matrimonio di Metilde con Riccardo, il figlio di un senatore, trascurando il fatto che la ragazza era già stata promessa, sia pure non ufficialmente, al cugino Cesare. Con questo breve presupposto comincia la vicenda che si svolge dapprima nell’appartamento cittadino della famiglia e poi nella casa di campagna. I due ambienti, creati da Davide Livermore, costituiscono rispettivamente il primo e il secondo atto della pièce e fanno da sfondo alla trama che ha un inizio tranquillo con una funzione preparatoria e un secondo che acquista il dinamismo proprio della commedia degli equivoci dove prendono corpo i maneggi del titolo adottati da Giggia per raggiungere il proprio scopo di maritare la figlia al miglior partito malgrado le riserve di Stefano. Ma, come spesso accade in questi casi, non tutte le ciambelle finiscono col buco e alla fine Stefano potrà riprendersi quella rivincita dettata dal buon senso, nemico dell’avidità e dell’ingordigia.

Se tutta la Compagnia è bene amalgamata, e con più che buoni risultati grazie anche alla direzione esercitata con intuibile passione da Solenghi, è proprio in quest’ultimo che sono da riscontrare i maggiori meriti della messa in scena a cominciare dalla maschera che indossa e che lo rende molto somigliante al grande Govi. E, attenzione, si parla di somiglianza e non di imitazione, esercizio al quale l’attore è pure abituato da anni e lo dimostrano le tante esperienze vissute sia da solo sia con i suoi storici colleghi. In questo spettacolo Solenghi ha voluto riprendere il personaggio di Govi proprio partendo dall’espressione facciale assimilante a una maschera che faceva parte del personaggio portato in palcoscenico. Personalmente ne ho un ricordo quando la RAI propose negli anni ’80, riprendendoli dai propri archivi, alcune storiche commedie del grande attore genovese. Solenghi era consapevole che, nel momento in cui avesse deciso di proporre Govi oggi, non avrebbe potuto prescindere dalla fisicità del grande attore che, oltre alla mimica e alla recita vocale, indossava espressioni facciali tipiche da lui stesso create e che ora costringe ogni sera Solenghi a una lunga e complessa preparazione del trucco in camerino. E non a caso, del resto, l’attore ha dichiarato a tal proposito “mi lascerò docilmente calare nei panni e nella mimica di Gilberto Govi assimilandone ogni frammento, ogni sillaba, ogni atomo”. Ovviamente a completare l’opera di compenetrazione totale è la recitazione verbale che non è solo il parlare in dialetto ligure, meglio ancora e più esattamente genovese, ma per come è recitato, con quegli intercalari e con frasi a volte smorzate, volutamente allusive tra il detto e il non detto, accompagnato da sguardi significativi, propri di una finta ingenuità e una sfuggente malizia.

Accanto a un Solenghi di sì alta professionalità è presente un’altrettanto professionista, l’incredibile, straordinaria Elisabetta Pozzi che, pur essendo attrice dalla lunga e impegnativa carriera in ruoli drammatici, forte anche della sua nascita ligure, è una Geggia brillante e assillante a causa delle sue mire e dei suoi maneggi e soprattutto capace menzognera: irresistibile la sua tirata finale quando decide di correre ai ripari nel momento in cui comprende come fare per “salvare la faccia” e “mettere le cose a posto”. Significativa in questo caso è la battuta pronunciata alla fine da uno degli invitati nella casa di campagna: “I mariti volano alto e le mogli gli sparano anche se sono fuori tiro”.

La commedia ha un finale commovente quando si diffonde da una radio d’epoca la voce nostalgica di Gilberto Govi che canta “Ma xe ghe penso”.

Dopo i numerosi applausi da parte del folto pubblico, Tullio Solenghi ha voluto ricordare la data della prima della commedia avvenuta proprio a Milano centouno anni fa e dove Govi, visto il successo ottenuto in quell’occasione, chiese agli attori di lasciare il loro lavoro per trasformare la compagnia da filodrammatica a compagnia professionale.

Repliche fino a domenica 5 maggio.

Vista il giorno 2 maggio 2024

(Carlo Tomeo)

I MANEGGI PER MARITARE UNA FIGLIA

di Niccolò Bacigalupo

Regia Tullio Solenghi

Progetto scenografico Davide Livermore

con Tullio Solenghi, Elisabetta Pozzi
e con Roberto Alinghieri

Produzione Teatro Sociale Camogli, Teatro Nazionale di Genova, Centro Teatrale Bresciano

DATE SPETTACOLO: 2,3,4,5 maggio 2024     

ORARI  2,3 maggio ore 19.30 – 4 maggio ore 20.30 – 5 maggio ore 16.30

BIGLIETTI Da € 38,00 a € 19,00    

TEATRO CARCANO
Corso di Porta Romana, 63 – Milano – MM Crocetta
T 02-55181362 info@teatrocarcano.com

Categorie RECENSIONI

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