“Derek Jarman. Thinking Blind” al Teatro Fontana – Recensione

Il 20 aprile scorso Ivonne Capece, neo direttrice del Teatro Fontana, ha portato in scena in prima milanese lo spettacolo “Derek Jarman/Thinking blind“, scritto e rappresentato per la prima volta nel 2021, come un omaggio al regista inglese Derek Jarman e ispirato al suo film “Blue“. È nota la genesi del lungometraggio, l’undicesimo e ultimo del regista, realizzato quando ormai era diventato quasi cieco a causa di un virus sopraggiunto quale complicanza dell’Aids dal quale era affetto e che gli permetteva di vedere esclusivamente nei toni del blu. Il film consiste di un unico fotogramma di quel colore in una tonalità definita klein dal nome dell’artista francese Yves Klein che l’aveva creata e da quattro voci fuori campo, tra le quali quella di Jarman stesso che racconta la sua vita, la visione che ha di essa, ora ridotta a un “pensare da cieco“, e quella sintomatica di Tilda Swinton che si impone l’amletica domanda che desta nell’uomo l’interrogativo principale “If I loose my sight will my vision be halved?” (se perdo la mia vista, anche la mia visione sarà dimezzata?).

Su un palco costituito da un quadrilatero che vede fissati agli angoli quattro assi verticali emananti una luce led è presente una donna (Ivonne Capece) disposta di spalle con la schiena scoperta e una lunga e larga gonna blu della tonalità klein. Per buona parte della performance resterà immobile, poi si sposterà molto lentamente in vari punti della scena senza mai rivelare il suo volto. Dopo pochi attimi di silenzio inizia a parlare e la voce è amplificata grazie all’ascolto in cuffia. Il suo discorso riguarda dieci bottiglie verdi che, in una sorta di count down, iniziano a cadere improvvisamente una dopo l’altra e ogni caduta, preceduta da una monotona frase che assume quasi un tono solenne (“e se una bottiglia verde dovesse accidentalmente cadere?”), rappresenta un’epoca storica: la prima a cadere sarà quella che segna la cacciata di Adamo dal paradiso terrestre. E questo fino al momento in cui con il cadere dell’ultima bottiglia ci si avvicina alla nostra epoca. La donna fa cadere delle arance che si accumuleranno sul pavimento e formeranno una piccola piramide, a rappresentare un tesoro elargito dall’Eden, e più tardi la sua mano farà intravvedere anche un ananas che, secondo una memoria arcaica scoperta da Sblocco5, si tratta del vero frutto proibito invece della mela immaginata dalla tradizione cristiana.

La donna rappresenta la Madre Terra, lo si intuisce quando da sotto la sua enorme gonna iniziano a spuntare gli arti di una creatura e pian piano, lentamente, tutto il corpo che si rivela essere quello di un uomo (Giulio Santolini). Questi dapprima si muove strisciando sul pavimento poi si erge in piedi, raccoglie un’arancia, l’addenta malamente, dimostrando la sua volontà di rifiutare di vivere in sinergia con la natura, si agita sempre più forsennatamente e poi con le simboliche azioni successive sembra volersi affrancare sempre di più dalla presenza della madre che tuttavia alla fine lo accoglierà ancora a sé vestendolo con una parte della sua gonna. Intanto la donna recita frasi che sono i pensieri di Jarman che ripercorrono la sua esistenza e affrontano i temi più importanti che l’hanno attraversata e che descrivono lo stato di emarginazione sociale dovuta alla sua omosessualità, le prime lotte per i diritti civili e infine tutte le varie patologie dovute alla sieropositività e che vengono descritte minuziosamente. La cecità di Jarman è anche metafora dell’uomo di oggi che è cieco di fronte al disastro ambientale che lui stesso provoca con le sue azioni sconsiderate e l’immagine della donna che veste l’uomo con metà del suo abito simbolizza una forma di rinascita che conduce alla ricostruzione di quel paradiso perduto che forse si può ancora riconquistare e questo spiega la scena finale in cui l’uomo, che si era allontanato dalla natura, la riconquista rappresentando la sua persona in una forma arborea. Secondo quanto dichiarato da Ivonne Capece “La malattia con la privazione degli organi diventa l’occasione per lui” (Jarman) “di abbandonare una visione puramente animale per avvicinarsi a una percezione più vegetale, più intima, un percorso di riappropriazione di un rapporto più profondo attraverso l’elaborazione della malattia e della morte”. E, così continua: “Ma non è soltanto un progetto su Jarman, e quindi anche su l’HIV per ciò che significò in quegli anni. È più in generale un progetto esistenziale molto profondo sul nostro rapporto con la vita e anche con la malattia e con la morte”

La performance è un insieme compatto nel quale confluiscono più generi teatrali dove ogni elemento è studiato e realizzato in funzione degli altri e determinanti sono stati gli apporti di Micol Vighi (costumi e concept visivo) e Simone Arganini (sound designer). La recita vocale, quella della Capece, si amalgama a quella silente affidata soltanto al corpo, quello di Santolini, agile nell’assumere movenze plastiche alternate a movimenti molto agitati che rappresentano la conduzione di una vita sregolata. I due sono avvolti dalla forte luce scialitica, bianca, che non appare naturale, quasi proveniente da un luogo altro e da sonorità che mescolano musiche a sussurri umani. Questa mescolanza di generi comunicativi trova infine compiutezza grazie all’ausilio delle cuffie wireless. In questo modo le azioni che vengono portate in scena hanno il pregio di lasciare spazio in più momenti all’interpretazione che può darne lo spettatore che viene “traghettato” in un mondo che, per come è descritto visivamente, lo travolge portandolo in uno stato in cui si sente partecipe. E questo più che avvenire razionalmente è sentito emotivamente. Certi spettacoli, infatti, per essere apprezzati al meglio, necessitano di un approccio in cui la sensorialità prevalga su una semplicistica interpretazione guidata dalla razionalità. Questo di Ivonne Capece è un esempio degno di grande considerazione.

Apprezzato con lunghi applausi da un folto pubblico la performance ha avuto una sola replica nel giorno successivo e meriterebbe di essere ripreso prossimamente.

Per approfondire la figura di Derek Jarman e in vista dell’inizio della rassegna “Lecite Visioni”, Festival Teatrale LGBTQ+ previsto per il giorno 6 maggio, nel pomeriggio del giorno della rappresentazione ha avuto luogo in Teatro un talk diretto da Diego Vincenti – giornalista per Hystrio e Il Giorno, dal titolo “Kiss Me Again, Tra cinema , teatro e mondo LGBTQIA+”. Al talk hanno partecipato Michele Di Giacomo – direttore artistico della rassegna Lecite Visioni Festival Teatrale LGBTQIA+ – Priscilla Robledo, co-direttrice artistica di Mix Festival di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer, Mauro Giori – docente di storia del cinema e autore del saggio “Omosessualità e cinema italiano. Dalla caduta del fascismo agli anni di piombo” e  Ivonne Capece – direttrice artistica del Teatro Fontana, regista e performer.

Visto il 20 aprile 2024

(Carlo Tomeo)

TEATRO FONTANA MILANO

DEREK JARMAN | THINKING BLIND
Omaggio all’artista Derek Jarman

Produzione (S) Blocco5

drammaturgia e regia Ivonne Capece

con Giulio Santolini, Ivonne Capece

costumi e concept visivo Micol Vighi

sound designer Simone Arganini

foto di scena Luca Del Pia

performance in cuffie wireless

FINALISTA BIENNALE COLLEGE TEATRO 2021 Sezione performance internazionale Under 40

Teatro Fontana Via Gian Antonio Boltraffio 21 – 20159 Milano

Categorie RECENSIONI

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