
RECENSIONE
Non tragga in inganno il titolo del nuovo spettacolo di Romeo Castelucci che, dopo i trionfi parigini, è approdato al Teatro di Triennale Milano nell’ambito della rassegna FOG. Sì, Bérénice c’è ed è proprio quella di Racine, ma a parlare sul palco è solo lei, mentre gli altri due personaggi principali della tragedia, Tito e Antioco, appaiono fisicamente per poco tempo e recitano solo con il corpo. Al centro della vicenda c’è la disperazione della protagonista che va via via scoprendo di non poter diventare la moglie dell’Imperatore Tito il quale, nonostante la promessa a suo tempo fattale, si sente costretto ora, per ragione di stato, a ricacciarla, pur amandola ancora, in Galilea, territorio che aveva conquistato e dalla quale l’aveva tradotta a Roma. La storia che vede in primo piano la donna, ma con lei anche i due uomini che l’amano, è raccontata, o, meglio, vissuta dalla sola protagonista con tutta la lacerazione d’animo che un amore ferito può arrecare. Perché di dolore dell’anima si tratta nonostante all’inizio, e prima che le luci invadano del tutto il palcoscenico, appaiono le scritte luminose che descrivono di cosa è fatto un essere umano, con le percentuali, degli elementi del CHNOPS e di quelli minori, punteggiati da un suono pulsante quasi a significare che oltre al corpo c’è poco altro da considerare.
Quando Bérénice (Isabelle Huppert) entra in scena è pervasa dal dubbio che Antioco le ha instillato nella mente sul fatto che l’Imperatore voglia lasciarla e, pur incredula, chiede alla confidente Fenicia di scoprire la realtà. Sarà proprio lo stesso Tito ad ammettere che quanto le ha confidato Antioco è vero. È da questo momento che inizierà lo strazio della donna che la spingerà a minacciare di darsi la morte. Se i tormenti invaderanno il suo corpo tanto da venire espressi con voce ora lacerante, ora rabbiosa, toccando tutta la gamma della vocalità umana propria di chi sta vivendo una tragedia, intorno a lei confluiranno, quasi a farsene portavoce oggettivi, diversi elementi ricchi di fascino quali il tendaggio che scende dal soffitto e invade tutta la scena a rappresentare un luogo lussuoso ma ingabbiante, o i suoni a volte ossessivi altre martellanti, amplificanti anche la voce di Isabelle Huppert e che ben si fondono con la musica di Scott Gibbons. E poi ci sono oggetti simbolici dei nostri giorni a far cogliere una contemporaneità della vicenda (come una stufetta elettrica a forma di termosifone dalla quale la protagonista sembra voler trarre calore dopo aver appreso la notizia raggelante). Un’ambientazione magica fatta di colori e di luci (di Andrea Sanson) e di costumi (di Iris Van Herpen) per una grossa produzione che vede coinvolti diversi teatri e istituzioni (in calce l’elenco).
Alla domanda che ci si potrebbe porre sul perché Romeo Castellucci abbia scelto un testo di Racine per questa sua nuova realizzazione teatrale ha risposto lo stesso regista : “È l’inattualità della lingua di Jean Racine a rendere contemporaneo questo autore tragico del Seicento francese” e ha scelto quindi di allestire “Bérénice” “trovando in essa il riflesso della disfunzione del linguaggio, se si pensa al ruolo attuale della comunicazione. Racine appartiene al futuro, perché combatte il linguaggio dell’informazione con quello della poesia”.
In scena, oltre alla protagonista indiscussa, sono presenti Cheikh Kébé e Giovanni Manzo, nei ruoli di Tito e Antioco, e dodici persone locali a rappresentare i senatori che fanno pressione su Tito affinché rinunci a Bérénice. Ma è proprio quest’ultima, alias Isabelle Huppert, alias “Bérénice (il personaggio è “dentro” l’attrice) il miracolo dell’opera, essendo costei non semplice esecutrice di una parte attoriale ma appare così completamente immersa nella psicologia del ruolo da essere in grado di saper attraversare interamente pancia mente e animo dello spettatore. Impossibile restare indifferenti per esempio all’ultimo verso che conclude la pièce: quel suo “Ne me regarde pas!” finale sa scuotere gli animi, più che per la frase in sé per come viene urlata. E questo a dimostrazione che gli elementi chimici che costituiscono il corpo umano non sono così freddi perché combinandosi tra loro si esaltano e sanno generare commozione. L’ultimo abito che indossa Bérénice è una lunga veste coperta da un soprabito ricco di colori come quelli dei fiori che appaiono in un video alle sue spalle e che, man mano che le sue parole diventano sempre più balbettanti fino a smorzarsi del tutto, lasciano cadere i petali. Resteranno soltanto pochi steli ormai spogli.
Grande successo ieri in un teatro sold out. Ultima replica questa sera alle 19,30. Biglietti esauriti ma si può tentare di mettersi in lista d’attesa.
Visto il giorno 6 aprile 2024
(Carlo Tomeo)
Bérénice
liberamente ispirato a Bérénice di Jean Racine un monologo con Isabelle Huppert e con la partecipazione di Cheikh Kébé e Giovanni Manzo e la presenza di dodici persone locali.
concezione e regia: Romeo Castellucci
musica originale: Scott Gibbons
costumi: Iris Van Herpen
assistenza alla regia: Silvano Voltolina
traduzione e adattamento sovratitoli: Laura Artoni
direzione tecnica: Eugenio Resta
tecnici di palco: Andrei Benchea e Stefano Valandro
tecnico luci: Andrea Sanson
tecnico del suono: Claudio Tortorici
costumista: Chiara Venturini
ideazione trucco e acconciatura: Sylvie Cailler et Jocelyne Milazzo
sculture di scena e automazioni: Plastikart Studio Amoroso & Zimmermann
direttori di produzione: Benedetta Briglia, Marko Rankov
produzione e tour: Giulia Colla
organizzazione: Bruno Jacob, Leslie Perrin, Caterina Soranzo
contributo alla produzione: Gilda Biasini
equipe tecnica in sede: Lorenzo Camera, Carmen Castellucci, Francesca Di Serio, Gionni Gardini stagista costumista: Madeleine Tessier r
épétitrice movimenti: Serena Dibiase
répétitrice memoria: Agathe Vidal
amministrazione: Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci
consulenza economica: Massimiliano Coli
foto: Alex Majoli
produttori esecutivi: Societas, Cesena ; Printemps des Comédiens / Cité du Théâtre Domaine d’O, Montpellier co-produttori: Théâtre de La Ville Paris, France; Comédie de Genève, Switzerland; Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; deSingel International Arts Center, Belgium; Festival Temporada Alta, Spain; Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Italy, Thalia Theater Hamburg, Germany; Onassis Culture – Athens, Greece; Triennale Milano, Italy; National Taichung Theater, Taiwan; Holland Festival, Netherlands; LAC Lugano Arte e Cultura, Switzerland; TAP – Théâtre Auditorium de Poitiers, France ; La Comédie de Clermont-Ferrand – Scène Nationale, France ; Théâtre national de Bretagne – Rennes, France ; Yanghua Theatre, China.
Con il sostegno della Fondation d’entreprise Hermès
durata 90’
prima italiana
