“Lo Psicopompo” al Teatro Menotti – Recensione

© Angelo Maggio

Già dal titolo si parla di morte nella commedia di Dario De Luca, attualmente in scena al Teatro Menotti in prima milanese. Lo Psicopompo è infatti il personaggio mitologico che traghettava le anime nell’aldilà e chi lo chiede in soccorso è la protagonista della pièce. In una scena occupata solo da una chaise longue e un giradischi sulla destra e avente sul fondale una cornice vuota, che si scoprirà avere una funzione particolare nel procedere dell’azione, agiscono una donna di un’età approssimativa di sessanta anni e un uomo più giovane. Si scopre presto che sono madre e figlio. Lei una pensionata, lui un infermiere che aiuta a morire clandestinamente per generosità i malati terminali. La donna non ha più interessi, ha deciso di porre fine alla sua vita e chiede al figlio di aiutarla a compiere l’atto finale. L’uomo non accetta perché lei non è affetta da un male incurabile ma solo da quella che sembra essere una forma depressiva e accompagnarla alla morte sarebbe per lui un atto contrario ai suoi principi. Si apre tra loro uno scontro che si fa sempre più acceso dove lei, quasi per bramosia, chiede di conoscere in che modo e con cosa sia possibile procurare la morte e lui l’accontenta citandole due modi sicuri. Parlano anche di musica, che è stata sempre presente nella loro vita e la donna vorrebbe che ad accompagnarla nella sua dipartita fosse una sonata di Chopin mentre il figlio suggerisce che forse sarebbe più adatta una musica d’ambiente di Brian Eno. E intanto, proprio a proposito di musica, si rispolverano quasi naturalmente episodi del passato dove vengono rivissuti non senza dolore i tempi in cui nella loro vita era presente l’altro figlio della donna, un violinista di nome Gabriele, la cui figura incombente sovrastava nell’amore materno quello del figlio ancora in vita. Ricordi che fanno male a entrambi: alla donna perché la ferita dovuta alla morte del figlio non si è mai rimarginata, all’uomo perché rinnovano in lui una forma di sottile gelosia e il disagio di considerarsi il figlio meno amato. Se il desiderio della donna sarà accontentato oppure no si scoprirà alla fine e il finale sarà imprevedibile, anche se lo spettatore attento dovrebbe averlo intuito da alcuni indizi sparsi durante i dialoghi.

Il tema dell’eutanasia è affrontato da Dario De Luca nelle sue accezioni più ampie in quanto non è legato solo all’opportunità di far cessare la vita a chi è preda di un male incurabile, ed è soggetto a un’esistenza senza speranza, ma si allarga anche a favore delle persone affette da patologie psicologiche. Il porre fine a una vita vittima dei dolori dell’anima è considerato un tabù e per questo rifiutato dalla società, oltre a essere condannato dalla religione, e il testo in esame vuole portare perciò a un’attenta riflessione su questo argomento. È appena il caso di ricordare che altro argomento che l’autore calabrese aveva affrontato con pari attenzione era stato quello riguardante l’Alzheimer nel suo precedente lavoro “Il Vangelo secondo Antonio”.

Lo spettacolo realizzato con passione, oltre ad affrontare un’importante tematica, è lodevole per l’intensa interpretazione dei due protagonisti: accanto a Dario De Luca, che si è cucito addosso il personaggio e lo rende con proprietà, c’è una Milvia Marigliano che sa toccare con partecipazione straordinaria le varie sfumature sentimentali che il personaggio richiede. Quello che inoltre colpisce è una scenografia essenziale che, proprio per questo, ricorre a un solo elemento che è dominante e rappresentato dalla cornice che viene spostata prima di lato e infine sul proscenio dai due attori che nell’ultima parte vi entreranno a formare, significativamente, il soggetto determinante del quadro finale. Con i tagli di luce disegnati dallo stesso De Luca e diretti lateralmente è forte il richiamo, insieme ai costumi della Marigliano, a opere di Hopper mentre l’ultimo atto compiuto dal protagonista ricorda Magritte. In contrasto con alcuni brevi stralci di musica classica che si ascoltano durante la recita, il finale è accompagnato dalla voce di Kimberose che canta, per ironia (?), “My Way”.

Nel 2019 alla sua prima rappresentazione avvenuta a Cosenza lo spettacolo fu eseguito in olofonia grazie alla cura del suono di Hubert Westkemper che fu premiato con il Premio Ubu. L’esperimento fu ripetuto successivamente e per un’unica volta, a Roma in un luogo all’aperto fuori da uno spazio teatrale convenzionale.

Convinti a ripetuti sono stati gli applausi rivolti ai due protagonisti. Repliche fino a domenica 7 aprile.

Visto il giorno 4 aprile 2024

(Carlo Tomeo)

LO PSICOPOMPO
scritto e diretto da Dario De Luca
con Milvia Marigliano e Dario De Luca
assistenza alla regia Gianluca Vetromilo
spazio scenico e disegno luci Dario De Luca
suono Hubert Westkemper
programmazione Max-MSP Mattia Trabucchi
fonico Matteo Fausto Costabile
costumi e oggetti di scena Rita Zangari
organizzazione generale Settimio Pisano
produzione Scena Verticale con il sostegno di Cosenza Cultura e di BoCs Art Residenze D’artista

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