
RECENSIONE:
Mi piacciono le storie dove c’è da pensare e ripensare e Martin Crimp ne è maestro. Se poi una sua storia viene trattata da un regista che sa assecondarla dandogli un’impronta inedita, tutta personale, è ancora meglio. Così al Teatro Elfo Puccini ieri sera ho potuto godere di uno spettacolo, “The City”, dove, oltre alla storia fatta di ambiguità linguistiche e di simboli da decodificare, si aggiunge un’ambientazione di affascinante spessore scenico.
Tutto è curato nei minimi dettagli a cominciare dall’arredamento volutamente spoglio perché arreda più una sola poltrona o un semplice tavolo che assume varie funzioni che non una serie di mobili che potrebbero sviare l’attenzione proprio quando questa deve essere più concentrata su un’azione fatta principalmente di parole.
Nelle storie raccontate da Crimp la trama di solito si delinea soprattutto all’inizio proprio a chiarimento di quello che sarà il leitmotiv di tutto l’assunto. In questo caso esso è concentrato nel primo quadro dove si fa la conoscenza dei protagonisti: Chris (Christian La Rosa) è un impiegato di un’agenzia di informatica in fase di riorganizzazione concretizzantesi in una riduzione del personale che lo vedrebbe coinvolto fino a una conseguente perdita del lavoro. Clair (Lucrezia Guidone) è una traduttrice che nel pomeriggio aveva incontrato casualmente in stazione uno scrittore di nome Mohamed con il quale si era attardata in un pub per una conversazione durante la quale l’uomo le aveva confidato di aver subìto torture e prima di salutarla le aveva consegnato il diario di sua figlia che gli era stata portata via da una donna che indossava un cappotto beige su un abito da infermiera e rivelatasi zia della ragazza.
I coniugi si raccontano le ultime ore trascorse dove è palese la preoccupazione dell’uomo sull’eventualità di perdere il lavoro, mentre per la donna è il diario che stringe al seno la cosa alla quale sembra dare maggiore importanza. Anche se quello che i due si dicono può apparire di ordinaria amministrazione sono i toni delle loro voci, le pause, le domande che si pongono reciprocamente a dare un primo segnale che qualcosa nel loro rapporto si sta avviando verso un’incrinatura che sarà più evidente nei quadri successivi. I due non comunicano se non attraverso frasi decontestualizzate per cui, anziché portare alla luce i loro singoli pensieri, ne nascondono il significato più profondo. La mente offuscata dal circostante, quale il rumore della città che proviene dall’esterno, i ritmi del quale vengono palesati con il procedere delle azioni, si fa nevrosi. A questa si aggiungono gli echi lontani di un conflitto bellico la cui realtà viene raccontata dalla loro vicina Jenny (Olga Rossi) il cui marito combatte in un non precisato fronte all’estero e piombata nella loro abitazione perché insofferente al rumore che i figli dei due producono nel giardino sul quale affacciano le finestre della casa. Ma anche la realtà di una guerra lontana sembra lasciare indifferenti i due coniugi, rinchiusi nel loro solipsismo.
La vicina indossa un vestito da infermiera sotto un cappotto beige. Analoghi abiti sono indossati da una ragazzina (Lea Lucioli) che in un certo momento appare in scena rivelandosi figlia di Chris. Uno sdoppiamento di persona? E qui iniziano gli enigmi che investono la vera identità di queste due ultime donne. Ma la vicenda nel suo svolgersi introduce ancora altri elementi il cui significato acquista un valore simbolico soggetto a interpretazione, come la comparsa di un coltello, il sangue che si deduce contenuto in una tasca del cappotto, i pantaloni rosa, e a questi sono da aggiungere le tante affermazioni dei singoli che poi vengono contraddette a seconda delle persone alle quali sono dirette. E anche il nome, Jenny, della vicina ricorda (casualmente?) l’amministratrice delegata della società dove lavorava Chris.
E poi in una sera di Natale, celebrato dal suono della canzone di Johnny Cash, “The Gifts They Gave”, il cui testo acquista un significato beffardo (“And so every heart, by some good spell / In the stable dark, was glad to tell”), Clair apre il suo diario legato da un nastro, anche questo di colore rosa, dal quale legge l’ultima pagina da dove si spiega la trappola in cui l’umanità si vede costretta.
Il teatro di Crimp, come ha precisato il regista Jacopo Gassman, “è caratterizzato da un’inquietudine e una crudeltà di fondo, spesso stemperate da una vena grottesca e surreale”. In questo testo c’è molto Becket ma personalmente ho trovato anche qualche riferimento a Ionesco: per esempio, Bobby Wilson, l’amico di Chris che in un punto viene dato per morto non assomiglia forse nel nome a un altro Bobby con un cognome avente la stessa iniziale citato dal personaggio principale della più famosa commedia del commediografo rumeno? E la comodità o no delle scarpe indossate dalla vicina a seconda di chi pone la domanda non è simile a quell’elemento variabile riguardante chi suona alla porta, presente nella stessa commedia?
Jacopo Gassman nella sua messa in scena ha voluto creare un ambiente asettico congeniale alla storia raccontata facendo uso di un telo trasparente che viene calato dall’alto a determinare simbolicamente stati d’animo e temporizzazione della vicenda. Elemento determinante a tale scopo è il disegno delle luci le quali assumono diverse colorazioni perlopiù a tinte pastello e che invadono lo spazio lateralmente creando anche significativi effetti ombra. Il tutto realizzato con maestria rispettivamente da Gregorio Zurla, che ha creato anche i costumi, e da Gianni Staropoli. Importante anche l’elemento sonoro dovuto a Zeno Gabaglio che introduce o accompagna i punti più inquietanti della vicenda.
La regia molto curata risulta elegante anche nel far risaltare quei momenti della vicenda che possono avere una funzione destabilizzante nello spettatore, caratteristica peraltro comune nelle commedie di Crimp, e attenta nel guidare e ottenere un’ottima resa dai quattro bravi attori perfettamente nelle parti. Gran successo alla sera della prima. Repliche fino al 7 aprile.
Vista il giorno 2 aprile 2024
(Carlo Tomeo)
2 > 7 aprile | sala Shakespeare
The City di Martin Crimp
traduzione Alessandra Serra
regia Jacopo Gassman
con (in ordine alfabetico) Lucrezia Guidone, Christian La Rosa, Lea Lucioli, Olga Rossi
scene e costumi Gregorio Zurla – luci Gianni Staropoli – regista assistente Stefano Cordella
produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro Stabile del Veneto, Teatro dell’Elfo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TPE – Teatro Piemonte Europa
Teatro Elfo Puccini, sala Shakespeare, corso Buenos Aires 33, Milano
Orari spettacolo: mart, merc, giov, sab ore 20.30 | venerdì ore 19.30 | domenica ore 16.00
Durata: 1 h 30 – Prezzi: intero € 34 / <25 anni € 15 / >65 anni € 18 / online da € 16,50
Biglietteria: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org – whatsapp 333.20.49021
