
RECENSIONE:
Alla sera della prima de L’albergo dei poveri alla quale ho assistito, Claudio Longhi, il direttore del Piccolo, prima dell’apertura del sipario, ha tenuto una breve presentazione dello spettacolo spiegando l’importanza che esso riveste per la storia del Teatro co-fondato da Giorgio Strehler che l’inaugurò proprio con quest’opera di Gor’kij. Ne cambiò il titolo per renderlo più vicino all’ambientazione. Era il 1947, e ora Massimo Popolizio lo ha riportato in scena, e in omaggio al grande regista triestino, ha lasciato immutato quel titolo utilizzando una nuova riduzione teatrale curata da Emanuele Trevi alla quale non sono estranei inserimenti di frammenti tratti da opere di altri autori tra i quali Cechov, Tolstoj, Puskin, fino a McCarthy. Ne è nata un’opera di co-produzione tra il Piccolo e il Teatro di Roma – Teatro Nazionale e rappresenta uno dei punti più alti dell’attuale stagione artistica del Piccolo Teatro.
Il dramma di Gor’kij con il titolo “Bassifondi” fu rappresentato con grande successo per la prima volta al Teatro d’arte di Mosca il 18 dicembre 1902, per la regia di Konstantin Stanislavsskij, presente anche in scena come attore. Massimo Popolizio nella sua messa in scena è partito dal testo come lo aveva reso Strehler, ma ne ha voluto un copione nuovo, che sono stati otto per la precisione, secondo quanto dichiarato dal regista nella conferenza stampa avvenuta il giorno precedente alla prima dello spettacolo, e solo alla fine lui e la Compagnia hanno trovato quello che potesse avvicinarsi di più al risultato idoneo per quel che riguarda la migliore resa teatrale. La riduzione operata da Trevi, inoltre, non è stata lineare ma scritta in forma di tanti episodi così come ricorrono nel dramma, frammenti che poi sono stati uniti a comporre il tutto. (Popolizio ha dichiarato scherzosamente che il risultato ottenuto è da considerarsi un po’ come il personaggio creato dal famoso dottor Frankenstein della Shelley).

Il dramma si svolge in un ambiente unico dove primeggiano le tonalità di grigio che rappresenta un lurido stanzone nel quale sono disseminati oggetti vari, soprattutto letti in buona parte disfatti o privi di materassi. A occupare lo spazio vari personaggi con abiti di recupero che entrano ed escono attraverso aperture che si stagliano nel fondale e di lato e dalle quali proviene una luce gialla, intensa, a rappresentare simbolicamente un mondo-fuori luminoso, foriero di un benessere che contrasta con quello presente. Sedici le persone che interagiscono e che si alternano nelle varie azioni. Sono i disperati, i poveri che hanno subìto, e continuano a subire, i soprusi degli uomini appartenenti a una società che li ha emarginati ma tra essi ci sono anche i prepotenti, come il proprietario dell’albergo e sua moglie. Vivono in quella parte malsana dell’edificio ricavata nel sottosuolo e per la quale devono pagare un affitto che non sempre riescono a racimolare e che il proprietario viene regolarmente a esigere con minacce di sfratto. Alcuni di essi hanno un passato migliore che ormai possono solo rimpiangere, come il nobile decaduto e diventato spiantato, l’attore che non recita più e diventato alcoolizzato, la prostituita che non riesce a smettere il marchio che la contraddistingue, il sarto che non ha più un lavoro, il ladro… La speranza di rinascita verso una vita migliore non è più percorribile e allora meglio affogare i dispiacere nella vodka, quando c’è. L’arrivo di Luka (Massimo Popolizio), un pellegrino dall’aria di un predicatore, ma forse è un peccatore pentito che vuole aiutare il prossimo, sembra essere il conforto migliore per ciascuno degli ospiti dell’albergo, per tutti ha una parola benefica che rasserena, sia pure per breve tempo, l’animo. Indossa un soprabito scuro e al collo una collana con una conchiglia di San Giacomo, procede aiutandosi con un bastone, proprio delle persone abituate ad affrontare lunghi cammini, ha con sé una radiolina che ogni tanto accende e al suono della musica muove alcuni passi di foxtrot. Tra tutte queste persone accomunate dalla stessa condizione esistenziale dovrebbe esserci almeno un buon rapporto, ma non è così perché spesso la miseria divide invece di unire. C’è chi muore per la troppa debolezza fisica e per l’incuria di chi avrebbe dovuto curarla, c’è l’amore contrastato che porta all’omicidio, c’è l’arresto, c’è il suicidio e chi, come la ragazza ingenua, insegue l’amore e continua a rileggere il libro che ha sempre con sé e il cui titolo (“L’amore fatale”) è emblematico.

Luka reca con la sua presenza anche uno dei temi più difficili da far comprendere alle persone che hanno perso tutto nella vita, e non solo i beni materiali: cerca di trasmettere in loro il concetto di Dio e dell’altro mondo che potrà essere migliore. Ma come vincere la resistenza delle persone disilluse? Ci proverà inculcando là dov’è possibile il dogma della fede. E Il discorso non è strettamente religioso ma di portata morale più ampia, anche se i suoi tentativi saranno destinati a fallire.
Ricco di simboli che si possono prestare a diverse interpretazioni, e questo dipende dalla sensibilità e dalla conoscenza culturale dello spettatore, lo spettacolo, apportate le dovute distanze temporali, porta alla riflessione su temi disparati che riguardano la nostra società e che sono ancora attuali come lo erano in Russia nel 1902 e come lo erano in Italia nel 1947. Oltre ad alcune frasi che si inseguono nei dialoghi, elementi simbolici sono anche da ricercarsi nelle musiche che non sono messe lì a caso. Un esempio per tutte è la canzone “Midnight, the Stars and You” del 1934 che fu usata nei titoli di coda del film “Shining” di Stanley Kubrick e che nell’immaginario collettivo arreca un senso di disagio o minaccia imminente. E del resto la collocazione della parte dell’albergo occupato dai protagonisti della pièce non è casuale: sta infatti sotto, come sono destinati a restare sotto i disperati.
A completare l’ottima riuscita hanno contribuito Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, per le scene, Gianluca Sbicca per i costumi, Luigi Biondi per le luci, Alessandro Saviozzi per il disegno suono e Michele Abbondanza per i movimenti scenici.
Lo spettacolo di rilevante spessore, recitato da un team di attori formidabili, bene organizzati e sommamente diretti da un Massimo Popolizio in stato di grazia, anche presente in scena nel personaggio di Luka, dona per i suoi 100 minuti di durata uno dei momenti più alti dell’attuale stagione del Piccolo Teatro.
Calorosa l’accoglienza del pubblico alla prima in un teatro sold out. Repliche fino al 28 marzo, come da calendario in coda all’articolo.
Visto il giorno 7 marzo 2024
(Carlo Tomeo)
Piccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza), dal 7 al 28 marzo 2024
L’albergo dei poveri
uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dall’opera di Maksim Gor’kij
riduzione teatrale Emanuele Trevi
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
disegno del suono Alessandro Saviozzi
movimenti scenici Michele Abbondanza
assistente alla regia Tommaso Capodanno
con Massimo Popolizio
e con Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Giovanni Battaglia, Aldo Ottobrino, Giampiero Cicciò, Francesco Giordano, Martin Chishimba, Silvia Pietta, Gabriele Brunelli, Diamara Ferrero, Marco Mavaracchio, Luca Carbone, Carolina Ellero, Zoe Zolferino
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
foto di scena Claudia Pajewski
Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16.
Durata: 100 minuti senza intervallo
Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
