
© Gianluca Pantaleo
RECENSIONE:
Una Mirandolina rivoluzionaria, così l’ha voluta Antonio Latella nella sua messa in scena del famoso personaggio goldoniano, interpretando in pieno il pensiero del commediografo veneziano che aveva creato un personaggio nuovo per il teatro italiano dove la donna è protagonista a danno dell’uomo che diventa sua vittima, una femminista ante litteram che conosce il fatto suo, un’imprenditrice scaltra votata all’affermazione del sé. Carlo Goldoni, consapevole di aver creato un personaggio che potesse anche risultare sgradito ai benpensanti dell’epoca, si era sentito in dovere di precisare nella prefazione al testo che la sua commedia fosse d’insegnamento per sfuggire agli adescamenti delle donne “che si burlano dei miserabili che hanno vinti”. La Mirandolina di Latella supera gli intenti “moralistici” di Goldoni che sarebbero incongrui nella nostra epoca per mettere invece in evidenza la modernità dell’opera. Lo fa trasportando la vicenda nei nostri giorni ricorrendo a costumi e ambientazione attuali e concentrandosi sulla psicologia dei personaggi. Così già all’apertura del sipario lo spettatore rimane colpito dalla scena che gli si presenta: un grande fondale di legno con intarsi in rilievo, un tavolo e sedie di plastica e, a lato, un angolo cottura. Il tutto è illuminato da luci al neon che in diversi momenti crepitano, quasi a voler richiamare l’attenzione su alcuni passaggi importanti che stanno per accadere o che sono già in corso. Al tavolo sono seduti il Marchese di Forlimpopoli (Giovanni Franzoni) e il Conte d’Albafiorita (Francesco Manetti) che discutono animatamente nel contendersi le grazie della proprietaria della locanda nella quale alloggiano. Li raggiunge il Cavaliere di Ripafratta (Ludovico Fededegni) deridendoli e dichiarandosi ben lontano dall’essere succube del fascino femminile. Una volta superata la sorpresa derivante dall’abito indossato dai personaggi, lo spettatore si lascia catturare dal prosieguo della commedia, e pur riconoscendovi, malgrado la scena e i costumi, la perfetta aderenza al testo scritto, non può non rilevare quelle sfumature, pause, tonalità create dal regista e che costituiscono l’originalità e la chiave di lettura dell’operazione. Così come non mancano elementi di rilievi all’apparenza minimali ma che in realtà sono un’altra ossatura simbolica con la quale bisogna fare i conti. Ne fa uso Mirandolina (la bravissima Sonia Bergamaschi) che nella sua prima entrata in scena si presenta scalza e con una corta camiciola a significare una forma di ingenuità corroborata da un linguaggio schietto e compiacente prima di affilare le armi e di affermare il suo potere che si manifesterà dopo, quando userà stivaletti dal tacco che ne innalza anche metaforicamente la figura. A farle da contraltare il Cavaliere che, malgrado il lungo soprabito che lo copre, mostrerà una sua nudità di fondo indossando infradito che calzerà per tutto lo spettacolo e che sono simbolo del suo tallone d’Achille. Lo stesso Cavaliere appare persona risoluta che nella vita è abituato a vincere facile, salvo poi dimostrare una caparbietà tutta maschile, che lo porterà a inalberarsi minacciosamente contro Mirandolina la quale, dopo averlo fatto innamorare, rifiuta le sue profferte amorose. E a nulla servirà, contro gli altri due contendenti ormai pronti a lasciare la locanda, il minacciato duello a colpi di bastoncini di shangai.
In questa commedia, com’è noto, Goldoni abbandonò la lingua dialettale così come scrive in “L’autore a chi legge”, propedeutico al testo, e dove in una prima stesura il personaggio di Fabrizio, servitore di Mirandolina, parlava in toscano e poi nella seconda allineò il suo linguaggio a quello degli altri personaggi trovando “disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero”. Ma, anche se l’abbandono delle maschere sia fisiche sia come residui della Commedia dell’Arte era ormai compiuto, rimasero quelle di carattere, costituite dalla finzione, e Latella lo evidenzia con diverse sfumature. Tutti i personaggi, infatti, per un motivo o per un altro, fingono sulla loro posizione a cominciare dalle due dame, già commedianti per mestiere, Ortensia (Marta Cortellazzo Wiel) e Dejanira (Marta Pizzigallo. Gli unici a non fingere sono il Cavaliere, il suo servitore (Gabriele Pestilli), e Fabrizio (Valentino Villa). Mirandolina finge per necessità ma anche per rivincita contro l’uomo che disprezza le donne decidendo di farne sua vittima, eppure alla fine ne indosserà il mantello e, dopo esserselo tolto, lo ripiegherà per stringerselo al cuore quando, sola sul proscenio, reciterà la sua ultima battuta, con i toni profondi di chi forse scopre in sé qualcosa di nuovo.
La commedia, accolta molto favorevolmente, sarà in replica fino a domenica 3 marzo.
Vista il giorno 21 febbraio
(Carlo Tomeo)
Piccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza), dal 20 febbraio al 3 marzo 2024
La locandiera
di Carlo Goldoni
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Marta Cortellazzo Wiel, Ludovico Fededegni, Giovanni Franzoni, Francesco Manetti, Gabriele Pestilli, Marta Pizzigallo, Valentino Villa
dramaturg Linda Dalisi, scene Annelisa Zaccheria, costumi Graziella Pepe, musiche e suono Franco Visioli, luci Simone De Angelis, assistente alla regia Marco Corsucci, assistente alla regia volontario Giammarco Pignatiello
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
Durata: 150 minuti compreso intervallo
Orari: martedì, giovedì e sabato; ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16. Lunedì riposo.
Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
