“Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde” al Teatro Elfo Puccini sala Shakespeare – Recensione

©Laila Pozzo

Oscar Wilde scrittore e Oscar Wilde uomo: è la sua figura ritratta a 360 gradi la protagonista di “Atti osceni”, uno spettacolo che ha per argomento i tre processi avvenuti nel 1895 che lo scrittore irlandese di adozione inglese subì con l’accusa di omosessualità e che si conclusero con la sua condanna a due anni di carcere e lavori forzati.

La pièce è un testo dal ritmo incalzante che riprende gli atti reali del processo all’interno dei quali sono stati inseriti scritti di Wilde. Il risultato parte quindi da un fatto storico per affrontare temi profondi quali l’arte, le passioni e la descrizione di una società perbenista e bacchettona, quale era quella vittoriana di fine ‘800 e inizio del ventesimo secolo. Oscar Wilde viene descritto come persona che vuole affermare la propria libertà di pensiero, non viene mostrato come un dandy famoso per i suoi aforismi e le sue battute mordaci, ma come un individuo che non accetta di rientrare in certi schemi che la società in cui vive si aspetta da lui, specialmente in considerazione del fatto che è un uomo di successo (al momento del processo in due teatri londinesi venivano rappresentate due sue commedie accolte molto favorevolmente).

In uno scenario essenziale, cupo, austero simbolo dell’aula di un tribunale, costituito da un fondale nero interrotto nella parte centrale da un’entrata illuminata dall’alto e dove sono proiettate immagini che si richiamano alle varie azioni che si svolgono sul palco è significativa all’inizio la frase “La verità è raramente pura e mai semplice” che introduce subito all’argomento centrale oggetto della rappresentazione. È da qui che entra Oscar Wilde (Giovanni Franzoni) per recitare un breve passaggio tratto dal “De Profundis”. Arrivano poi gli altri personaggi, giornalisti urlanti che descrivono al pubblico la spettacolarità del processo che si andrà a svolgere e i protagonisti che vi saranno interessati direttamente. Sul banco dell’imputato è il Marchese Queensberry, chiamato in causa da Wilde per diffamazione avendo il nobile lasciato in un pub un foglio in cui lo accusava di aver corrotto il figlio Alfred Douglas adombrandone l’onorabilità. E però le frequentazioni di Wilde con soggetti molto più giovani di lui potevano prestarsi a dare ragione alle accuse del Marchese per cui il suo avvocato lo convinse a ritirare la querela. Il caso però aveva nel frattempo mosso troppo le acque tanto che questa volta fu lo stesso Marchese a denunciare Wilde e successivamente la Corona. La Regina Vittoria, interpellata sul fatto se potesse essere giustificato un rapporto di tipo analogo tra due donne, rispose che le donne non lo facevano. Probabilmente non sapeva, o preferiva semplicemente tacere nel merito, che più di duecento anni prima la Regina Anna Stuart avesse avuto un rapporto di natura lesbico con la sua dama di compagnia Lady Malborough. Da qui il secondo processo che, non avendo raggiunto da parte della giuria un verdetto di condanna o di assoluzione, ne portò a un terzo nel quale l’accusato venne condannato al carcere. Processo politico: l’Inghilterra non poteva permettersi, data la popolarità dell’accusato, di evitargli la condanna perché ciò avrebbe minato quello che era ritenuto il buon nome della nazione.

©Laila Pozzo

Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, già estimatori del personaggio Oscar Wilde, (famoso il loro allestimento de “L’importanza di chiamarsi Ernesto”) avevano voluto portare in scena un’opera in cui lo scrittore fosse il protagonista e venisse messa a nudo la sua personalità. Raccontano che dovettero aspettare venti anni per ottenere la traduzione italiana dell’autore, Moisés Kaufman. L’attesa fu ripagata con la prima rappresentazione avvenuta nel 2017 e che riscosse enorme successo, fu ripresa poi nel 2020 e attualmente riproposta ancora nell’attuale stagione. Il risultato, invidiabile, è la messa in atto di un testo che si potrebbe prestare a difficoltà di natura tecnica e interpretativa per l’ambientazione e per il numero dei personaggi da impegnare sul palco, e che invece i due autori sono riusciti a risolvere brillantemente ricorrendo a strumenti apparentemente semplici ma ricchi di rimandi simbolici, come l’uso di assi metalliche che vengono mosse dagli attori in varie posizioni tali da assumere elementi diversificati, quali banco degli imputati o ring sedi di combattimenti verbali, senza contare l’affascinante disegno luci e i costumi indossati dai personaggi, tutti in nero, in ossequio alla descrizione di una classe sociale ipocrita, in contrasto con i chiari abiti di Wilde dimostranti la volontà di un’affermazione della sua personalità fuori dagli schemi e proprio per questo più sincera. E soprattutto quello che emerge su ogni altro aspetto è la bravura dei nove attori, sei dei quali chiamati a interpretare vari personaggi anche dai caratteri contrastanti, e poi Giovanni Franzoni, uno straordinario e appassionato Wilde, e Ciro Masella e Riccardo Buffonini, rispettivamente nei rabbiosi ruoli di Lord Queensberry e di Alfred Douglas.

Spettacolo corale in cui vengono ribaditi con forza il pensiero e le idee di Wilde quando si ribella alle accuse che gli vengono rivolte sull’immoralità dei suoi libri “Un libro scritto bene non è amorale” o quando dà la sua idea sull’arte che “E’ ciò che rende la vita un sacramento” e “Può santificare qualunque cosa”. E quando gli viene chiesto la motivazione della sua attrazione verso gli uomini più giovani risponde con semplicità che è perché “La giovinezza è spensieratezza”. Poi alla fine in merito all’amore dovrà riconoscere che “Ogni uomo uccide ciò che ama”. L’atto finale, commovente, è la lettura della poesia in prosa “La casa del giudizio” dove l’uomo, al cospetto di Dio che deve assegnargli l’Inferno o il Paradiso, negherà di poter accedere a nessuno dei due perché nel primo ha sempre vissuto mentre il secondo non è stato mai capace di immaginarlo in alcun luogo.

Calorosi e ripetuti applausi del pubblico con diverse chiamate. Repliche fino al 4 febbraio.

Visto il giorno 27 gennaio 2024

(Carlo Tomeo)

Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde

di Moisés Kaufman

traduzione Lucio De Capitani

regia, scene e costumi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

luci Nando Frigerio, suono Giuseppe Marzoli

con Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D’Agostino

produzione Teatro dell’Elfo

In scena fino al 4 febbraio

Teatro Elfo Puccini, sala Shakespeare, corso Buenos Aires 33, Milano

Orari spettacolo: martedì, mercoledì, giovedì e sabato ore 20.30

venerdì ore 19.30 | domenica ore 16.00

Durata spettacolo: 2h 20 minuti con intervallo

Prezzi: intero € 34 / <25 anni € 15 / >65 anni € 18 / online da € 16,50

Biglietteria: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org – whatsapp 333.20.49021

Video del Teatro Civico di La Spezia del 2020

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Categorie RECENSIONI

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