“Luci (e Ombre) della Ribalta” al Teatro Martinitt – Recensione

LUCI (E OMBRE) DELLA RIBALTA                                                                                

di Jean-Paul Alègre, diretto da Leonardo Buttaroni. Scene di Paolo Carbone.

con Giovanni Deanna, Ermenegildo Marciante, Emiliano Morana e Gioele Rotini. Produzione La Bilancia.

RECENSIONE

Lo spettacolo, scritto da Jean-Paul Alègre e debuttato con enorme successo a Friburgo nel 1997, dopo svariate riprese da parte di oltre 250 compagnie in vari teatri d’Europa, è ora proposto dal Teatro Martinitt con la regia di Leonardo Buttaroni,

Una scena minimalista, con un fondale in cui si riflettono le luci di varie tonalità e intensità e che hanno un ruolo determinante nel descrivere gli ambienti dove si svolgono di volta in volta le diverse azioni. Quattro attori che si muovono sul palcoscenico interpretando ruoli intercambiabili, a seconda degli episodi recitati. Sono cinque questi episodi, il primo dei quali fa da prologo agli altri quattro: nel 2860 due scienziati dalle sembianze umane, vestiti con tute bianche e casco protettivo che li ricoprono interamente, provengono da un non precisato luogo del futuro e toccano il pavimento di un palcoscenico vuoto.

Il più informato dei due spiega all’altro che cos’era il teatro fino al 2020: c’erano degli uomini “sapiens” che lo praticavano in luoghi appositamente costruiti e davanti a loro c’erano file di poltrone occupate da altri uomini “sapiens” che li ascoltavano, provando svariate emozioni, a seconda di quello che veniva loro presentato dai primi “sapiens”, chiamati attori. Lo scopo è quello di far rivivere quel teatro e per questo i due scienziati si aiutano di un robot telecomandato che, azionato all’uopo, compie varie gestualità ed emette parole non sempre comprensibili nel loro significato. Tanto serve perché si possa passare all’episodio successivo dove si recita una commedia nella quale i personaggi confondono le parti, la trama non è del tutto chiara e termina con un finale inaspettato.

Gli altri tre episodi costituiscono il nucleo centrale dello spettacolo e vengono scelti momenti in cui il teatro sembra cedere il posto, in quanto a popolarità, ad altre forme di intrattenimento, come quello televisivo. Gli uomini “sapiens” che prima affollavano i teatri, e che si chiamavano spettatori, ora sembrano scarseggiare perché molti di essi si sono convertiti ai programmi televisivi. In uno di questi, il più esilarante di tutti, un conduttore intervista un ballerino russo che poi si rivela essere un pastore di pecore ed esportatore di formaggi. Nel secondo si passa a fare la parodia di un un reality dove il personaggio principale è destinato a suicidarsi in diretta mediante impiccagione.

Sarà l’ultimo episodio a raccontare cosa avviene dietro la rappresentazione teatrale nel momento delle prove e dove le battute vengono recitate in modo da mettere sempre in rilievo il nome di un ristorante al quale si intende fare pubblicità occulta.

Lo spettacolo è un susseguirsi di sketch surreali, demenziali dalla comicità prorompente, fatti di gesti e di un linguaggio, spesso ricco di parole onomatopeiche e di vocaboli stravolti appartenenti alla lingua russa o spagnola, e il tutto trascina il pubblico in un nugolo di risate irrefrenabili. Gli attori dimostrano una enorme espressività corporea nei vari movimenti che sono chiamati a compiere e un’altrettanto enorme capacità linguistica nello snocciolare un fraseggio riccamente colorito.

Il regista Leonardo Buttaroni ha saputo ben cogliere, con intuizione non comune, gli aspetti essenziali della pièce di Alègre, dove si fa satira sul teatro, anche non lesinando quel nocciolo di comicità politicamente scorretto, necessario per parlare di metateatro. E in questo l’ultimo episodio è illuminante. Come altri aspetti non sono stati scelti a caso. Molto significativi, infatti, sono i costumi dei due scienziati che appaiono all’inizio, conformi a quelli che eravamo abituati a vedere indossati da altre persone e in altri dolorosi ambienti, quando tutto si era improvvisamente fermato e il teatro ne aveva fatto le spese a lungo. E l’ultimo episodio è anche la metafora della dimostrazione del riaprirsi dei palcoscenici, dove, prima di andare in scena, viene mostrato che sia necessario provare.

Uno spettacolo che non ha un titolo a caso: le luci della ribalta sono quelle che il regista, con un’altra metafora, ha voluto porre sul proscenio. Le ombre è quanto può accadere di poco piacevole dietro le quinte e anche, in questo ultimo anno che abbiamo attraversato, quanto il teatro ha purtroppo vissuto.

Per chi ama divertirsi con intelligenza, per chi possiede la volontà di guardare avanti con ottimismo, questo è il suo spettacolo da vedere. Lo ha dimostrato il folto pubblico presente alla prima cui ho assistito e che ha applaudito con entusiasmo, chiamando i quattro attori sul proscenio per numerose volte.

(Carlo Tomeo: ogni diritto è riservato)

Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Martinitt di Milano fino al 28 novembre.

Per ogni informazione relative a prenotazioni e acquisto biglietti:

Telefono: 02/36580010

info@teatromartinitt.it

http://www.teatromartinitt.it

Categorie RECENSIONI

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