“Dissonorata” – Recensione

Saverio La Ruina

26|27 ottobre

DISSONORATA

Un delitto d’onore in Calabria
Produzione SCENA VERTICALE
Di e con Saverio La Ruina
Musiche dal vivo Gianfranco De Franco
Collaborazione alla regia e contributo alla drammaturgia Monica De Simone
Luci Dario De Luca
Organizzazione e distribuzione Settimio Pisano

RECENSIONE

Al centro del palcoscenico una sedia vuota sulla quale si siederà, allo spegnersi delle luci, Saverio La Ruina nei panni di Pasqualina, che indossa un abito femminile su pantaloni da uomo e un paio di ciabatte da contadina. Inizia a parlare, prima in maniera confusa perché sembra che il passato le si allontani dalla mente, poi racconta come vivevano le donne della sua condizione in un paesino di campagna della Calabria tra le due guerre, quando le donne erano assoggettate alla volontà del mondo maschile, quando la nascita di una figlia femmina al posto di un figlio maschio veniva considerata una disgrazia e una donna che non si fosse già sposata a vent’anni era chiamata con il nome di “zitella”, quando, se in famiglia ci fosse più di una figlia, queste non potevano sposarsi se non seguendo l’ordine gerarchico di nascita.

Questo in un monologo che procede senza soluzione di continuità ma che, nello stesso tempo, si può considerare diviso in due parti: la prima dove Pasqualina “fa entrare” idealmente lo spettatore nel clima che si viveva durante la sua giovinezza e la seconda dove lei racconta la sua storia: quindicenne, lavoratrice fin dall’età dei sette anni pascolando le pecore, a cui era stato insegnato che non aveva una identità propria ma doveva solo rivestire il ruolo della donna sottomessa, eppure desiderosa di sposarsi con l’uomo che vedeva nella casa di fronte, matrimonio che non si sarebbe mai realizzato se non si fosse sposata prima la sorella più grande di lei. E sarà quest’uomo che la disonorerà, approfittando del sentimento della ragazza e facendole credere che la sposerà: la possiederà per tre volte e tutte e tre le volte non saranno momenti di piacere erotici da parte di Pasqualina, fino a quando lei gli annuncerà che non ha più le mestruazioni e che è incinta. Le conseguenze sono prevedibili: ripudiata dalla famiglia che le darà addirittura fuoco, sarà sua zia Stella a salvarla gettandola nell’acqua di fiume e che la ricovererà in una stalla dove la ragazza porterà avanti la gravidanza fino alla nascita del bambino che avverrà il giorno di Natale.

Saverio La Ruina interpreta il personaggio di Pasqualina con grande naturalismo, gesticolando e assumendo espressioni del viso secondo un modello atavico della regione della protagonista, il costume stesso che indossa ne è pertinente: non è caduto nell’errore di indossare abiti completamente femminili che avrebbero rischiato di trasformare il monologo in una sia pur drammatica pièce en travesti, pur essendo presenti alcuni momenti ironici e surreali.

Ma non tutto della storia di Pasqualina viene narrato da lei stessa: ci sono momenti in cui il sax di Gianfranco De Franco, sulla sinistra del palcoscenico, interviene funzionalmente nei momenti più salienti con le sue note, come quelle che compongono con suono straziante il momento del primo rapporto erotico subito dalla donna per compiacere l’uomo che ama. E così ancora in altri momenti salienti della messa in scena.

Lo spettacolo è recitato interamente in dialetto calabrese e questo, che potrebbe apparentemente renderlo di non facile fruizione per chi non conosce quel dialetto, è invece un altro punto di forza perché rende il racconto di Pasqualina più realistico e lo spettatore che lo segue non ha bisogno di cercare di tradurre in italiano tutto quello che la donna racconta, ma basterà che si lasci trasportare dal suono delle parole che, ai fini della vicenda, acquisteranno comunque una loro comprensibilità.

Pasqualina incarna la tipologia della donna sottomessa all’uomo, e questo non accadeva solo nel Meridione d’Italia del secolo scorso, ma accade ancora in Italia e in tutto il mondo, basti pensare ai paesi di religione musulmana. Eppure trova la forza di emergere comunque, quando alla fine dimostrerà la sua fierezza che il figlio che partorisce nasce il giorno di Natale, il giorno in cui nacque “il più santo di tutti i santi” e potrà così affermare la sua identità di essere.

Alla fine dello spettacolo è seguito un dibattito con la generosa presenza di Saverio La Ruina che ha risposto alle domande del pubblico.

Lo spettacolo ha ricevuto i premi UBU nel 2007 come “migliore testo italiano e migliore attore protagonista, il premio Hystrio alla drammaturgia nel 2010, e, sempre per la drammaturgia, le segnalazioni del Premio Ugo Betti nel 2008 e la segnalazione della Commissione del Premio G. Matteotti nel 2007.

(Carlo Tomeo: ogni diritto è riservato)

Sempre nella rassegna dedicata a Saverio La Ruina, il Teatro Menotti presenterà altri due spettacoli storici dell’ autore, regista e attore: “La borto” il 28 e 29 ottobre e “Polvere” il 30 e 31 ottobre (v. comunicati stampa del 14 ottobre su questo blog)

ORARI SPETTACOLI della Rassegna dedicata a SAVERIO LA RUINA :

ore 20 nei giorni feriali e ore 16,30 domenica.

ORARI BIGLIETTERIA

dalle ore 10.00 alle ore 19.00 (Domenica dalle ore 14,30 alle 16)

PREZZI: intero: € 30 + 2 di prevendita – ridotto over 65 / under 14: € 15 + 1,50 di prevendita

Acquisti online con carta di credito su www.teatromenotti.org

Categorie RECENSIONI

Un pensiero riguardo ““Dissonorata” – Recensione

  1. Bello spettacolo, ottima performance, il fluire della voce, dei gesti e della musica ti accompagna nel tempo e nell’ascolto. Grazie Saverio, ho imparato che lasciarsi andare al ritmo permette di capire un dialetto a me poco conosciuto. Lasciarsi andare è capire e nel contempo partecipare alla vita di questa donna. Bella serata!

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