“Liolà” al Teatro Manzoni – Recensione

MANZONI PROSA

Corte Arcana Isola Trovata, Teatro ABC Catania, ATA Teatro Carlentini
presentano

Dal 12 al 24 ottobre 2021

feriali ore 20,45 – domenica ore 15,30 – sabato 23 ottobre ore 15.30 e 20.45

GIULIO CORSO in LIOLA’

di Luigi Pirandello nell’adattamento e regia di FRANCESCO BELLOMO

con ENRICO GUARNIERI

Caterina Milicchio, Alessandra Ferrara

e con Margherita Patti, Alessandra Falci, Sara Baccarini, Giorgia Ferrara, Federica Breci

con Nadia Perciabosco nel ruolo di Zia Ninfa

e la partecipazione di Emanuela Muni nel ruolo di Zia Croce Scene e costumi Carlo De Marino
Light designer Giuseppe Filipponio
Musiche Mario D’Alessandro, Roberto Procaccini

RECENSIONE

“Liolà” fu scritta da Luigi Pirandello nel 1916 in stretto dialetto agrigentino, quello parlato nelle campagne, luogo dove è ambientata la commedia, e che è lontano da quello parlato dalla borghesia, più comprensibile perché è un dialetto “italianizzato” e meglio accessibile a un pubblico non locale. La commedia  fu rappresenta nello stesso anno dalla Compagnia comica siciliana di Angelo Musco al teatro Argentina di Roma, ma venne accolta tiepidamente dal pubblico proprio a causa del linguaggio, cosa che indusse Pirandello a scriverne una versione in italiano, che fu poi bene accolta, negli anni, in diversi teatri italiani.

Il regista Francesco Bellomo ne ha fatto un nuovo adattamento, collocando l’azione nei primi anni quaranta e scegliendo di ambientarla al borgo marinaro di Porto Empedocle dove le case sono d’intenso colore bianco, cosa che permette al disegnatore di luci di creare quelle movimentazioni cromatiche molto variegate che accompagnano significativamente i vari momenti dell’azione scenica. Significative, in tal senso, sono alcune scene come quella notturna dove il personaggio di zio Simone si muove per prendere la lampada che aveva dimenticato per strada e la scena finale dove il sole improvvisamente da giallo diventa rosso per meglio documentare quanto accade sul palcoscenico.

Liolà è un giovane dongiovanni, apparentemente immorale, che ama vivere in libertà la sua natura senza nascondersi dietro la morale corrente. E come tale sfugge ai falsi perbenismi che condizionano i comportamenti dei vari personaggi. Egli si definisce “uccello di volo e non di gabbia” e per questo ama vivere con spensieratezza. Ingravida tre donne i cui figli vengono poi cresciuti da sua madre, Zia Ninfa. Da contraltare a questa figura c’è don Simone Palumbo, che, a differenza di quanto s’intende nella scrittura originale, non è solo un padrone di poderi, ma anche una persona che si è arricchito con lo zolfo, anche se non vuole ammetterlo chiaramente: infatti non vuole sentirsi definire ricco ma al massimo “benestante”, quasi che con questo termine voglia ridimensionare i suoi presunti beni materiali. Ma poi si tradisce lamentandosi del suo cruccio più profondo: quello di non avere avuto prole cui lasciare i suoi beni post mortem, nonostante sia sposato da quattro anni con una donna molto più giovane di lui (Mita). La sua brama di avere un legittimo erede, però, non è dovuta a un desiderio di amore ma dalla necessità  di non disperdere i suoi averi dopo la propria dipartita. E questo tradisce la sua vera natura di persona avara ante litteram perché non sa accettare il fatto che le sue ricchezze possano essere disperse quando non sarà più tra i viventi, quasi che, se possedute da un suo erede, siano ancora sue, sebbene morto.

Prima dell’apertura del sipario si ode il suono delle onde marine che danno già l’idea della collocazione della vicenda. A sipario aperto un gruppo di donne procede alla pulitura dell’origano (nella stesura originaria della commedia le donne aprono le mandorle schiacciandole con delle pietre). Questo cambio è dovuto forse al fatto che il regista abbia voluto distanziare meglio i tempi tra il primo e il secondo tempo, quando le stesse donne si recano a raccogliere l’uva per la vendemmia: l’origano, infatti viene pulito in luglio e le mandorle tra fine agosto e fine settembre, proprio quando inizia anche la vendemmia. Le donne in scena sono sette, tutte al servizio di don Simone, sotto la guida della cugina zia Croce, personaggio chiave dell’inganno che si perpetuerà ai danni dello stesso zio Simone.

Il chiacchiericcio delle donne, che è molto vivace specialmente grazie a una di esse, Carmina, detta la Moscardina, che poi, nel corso della commedia si vedrà quanto si adopererà ad alimentare i pettegolezzi.

L’arrivo in scena di Liolà rallegra le donne che sono tutte ammaliate dal suo fascino anche se dichiarano di voler tenere le distanze da lui perché lo giudicano poco affidabile. L’unica che non sembra prenderlo in considerazione è la figlia di zia Croce e la ragione si scoprirà nel corso della commedia.

Il primo atto serve a fare la conoscenza dei vari personaggi e a conoscerne i caratteri. Appare chiaro che, pur essendo il protagonista di sesso maschile, le donne ricoprono un ruolo fondamentale, sia in gruppo che singolarmente. Del resto la collocazione della commedia in anni più recenti, rispetto a quello in cui fu scritta, giustifica una maggiore emancipazione femminile e anche le azioni che esse compiono. C’è da notare altresì la grande modernità del pensiero femminile, cosa che Pirandello ben seppe cogliere nelle sue molteplici opere, e il regista Bellomo non poteva non tenerne conto.

Il linguaggio è in italiano, ma non mancano diverse battute in siciliano che buona parte del pubblico in sala sembra aver saputo cogliere.

Se il primo atto termina con il primo intrigo che viene escogitato da zia Croce e da sua figlia Nuzza a danno di don Simone, il secondo atto se ne arricchisce di uno ulteriore, l’azione diventa più comica, in alcuni punti convulsa, e tutto il gruppo attoriale entra più decisamente nelle proprie parti.

Giulio Corso si è rivelato un ottimo Liolà sia per quanto riguarda le parti recitate, sia per quanto concerne le canzoni che ha cantato, a volte a cappella a volte con accompagnamento musicale. Anche i movimenti scenici, il modo di camminare sono stati appropriati e in linea con il personaggio “che sa e non sa, che vuole dire e non vuole dire”.

Enrico Guarneri ha portato in scena un don Simone che non suscitava solo ilarità ma ha saputo trasmettere nel pubblico anche una sorta di tenerezza, nonostante il personaggio interpretato non fosse positivo secondo la morale corrente.

Più che ottima la prova di Emanuela Muti nei panni di zia Ninfa. Il suo personaggio richiedeva un’attrice caratterista di alto livello e lei non ha deluso le aspettative, tanto che definirla solo una caratterista è farle torto, essendosi rivelata di una levatura ben superiore!

Sono da citare in particolare anche Nadia Perciabosco nei panni di zia Ninfa e Alessandra Falci nelle vesti dell’irresistibile Moscardina.

Le musiche di accompagnamento di Mario D’Alessandro e Roberto Procaccini hanno accompagnato piacevolmente la messa in scena, Ottimi la scena e i costumi di Carlo De Marino. Il regista Bellomo nel suo adattamento, seguendo un’osservazione di Gramsci, che aveva visto la commedia quando fu rappresentata la prima volta, ha voluto un finale differente da quello originale. Naturalmente, per non spoilerizzare tacerò su questo punto.

Pubblico plaudente anche a scena aperta, specialmente alle battute più divertenti e alle canzoni di Giulio Corso. Vista il giorno 12 Ottobre 2021

Carlo Tomeo: ogni diritto è riservato

 

Categorie RECENSIONI

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